Musica

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giovedì 4 febbraio 2016

BOLOGNA / Al via la stagione di concerti 2016, protagonista assoluta la sinfonia

Michele Mariotti
BOLOGNA - Play. La Stagione di Concerti 2016 del Teatro Comunale di Bologna torna a svolgersi in gran parte nella storica sala del Bibiena, grazie al sostegno di Alfa Wassermann, che ha finanziato la nuova camera acustica realizzata da "Suono Vivo srl", azienda leader nel settore in campo internazionale. La Stagione, che ha come protagonisti Orchestra e Coro del Teatro Comunale di Bologna, si sviluppa lungo un percorso di 14 appuntamenti sinfonici, punteggiato da quattro programmi dedicati a Beethoven e a Mahler, diretti da Michele Mariotti. 
Dopo la Nona di Beethoven del concerto inaugurale al Comunale (6-7 febbraio), il Direttore musicale del teatro felsineo sarà protagonista il 17 aprile al Manzoni con la Leonore ouverture n. 2 op. 72a e la Sinfonia n. 2 op. 36 di Beethoven, proposte insieme ai Lieder eines fahrenden Gesellen di Mahler, interpretati dal baritono Nicola Alaimo; il 28 settembre al Comunale è la volta della Sinfonia n. 5 op. 67 e del Concerto n. 4 per pianoforte e orchestra op. 58 di Beethoven, quest'ultimo con la giovane pianista Beatrice Rana, già richiestissima a livello internazionale, proposti accanto a Blumine di Mahler; ultimo appuntamento di Stagione con Mariotti il 2 ottobre nella Sala Bibiena con un “tutto Mahler:” la Sinfonia n. 1 “Il titano” e i Kindertotenlieder interpretati dal baritono austriaco Markus Werba. 
Spiccano sul podio le presenze di Fabio Biondi, in un programma interamente mozartiano (La clemenza di Tito ouverture K 621, la Sinfonia n. 36 K 425 “Linz” e la Sinfonia n. 41 K 551 “Jupiter”) il 10 febbraio al Comunale, e di Nikolaj Znaider, che il 22 giugno, sempre al Comunale, proporrà tre pagine di Brahms, l'Ouverture Accademica op. 80, Nänie op. 82 e Schicksalslied op. 54, oltre alla Sinfonia n. 3 op. 97 “Renana” di  Schumann. 
Il 13 e 14 ottobre, nell'ambito del Festival “Bologna Modern”, Znaider dirigerà anche un brano di Wolfgang Rihm in prima esecuzione assoluta, commissionato della Regia Accademia Filarmonica, la Sinfonia n. 9 D 944 “La Grande” di Schubert e il Concerto per violino e orchestra “Alla memoria di un angelo” di Berg, suonato dalla violinista Arabella Steinbacher. Alla guida di Orchestra e Coro bolognesi anche lo slovacco Juraj Valčuha, impegnato il 22 aprile al Manzoni in Ein deutsches Requiem op. 45 di Brahms. 
Tra i protagonisti al Comunale, il 7 ottobre troviamo ancora Jonathan Stockhammer, che presenterà le Variazioni su un tema di Haydn op. 56a di Brahms, la Sinfonia n. 100 “Militare” di Haydn e la Sinfonia n. 4 op. 29 “The Inextinguishable” di Nielsen. 
Altri appuntamenti al Manzoni vedranno Dmitri Liss dirigere Holoubek op. 110 di Dvořák, Don Juanop. 20 di Strauss e la Suite n. 3 op. 55 di Čajkovskij il 4 marzo; Mario Venzago salirà sul podio il primo aprile per la Sinfonia n. 4 “Romantica” di Bruckner e per il Concerto n. 2 per pianoforte e orchestra op. 19 di Beethoven, interpretato da Roman Zaslavsky; il 28 ottobre Andrea Faiduttidirigerà Tres sacrae cantiones (Carlo Gesualdo da Venosa), Monumentum pro Gesualdo di Venosa ad CD annum di Stravinskij, La Nuit, cantata per soprano, coro femminile e orchestra op. 114 e ilGloria in Sol maggiore per soprano, coro misto e orchestra di Poulenc; Alexander Lonquich, atteso il 23 novembre nella doppia veste di solista e direttore, si confronterà con due concerti per pianoforte e orchestra di Mozart (n. 14, K 449 e n. 22, K 482) e con la Sinfonia n. 1 op. 25 “Classica” di  Prokof’ev. Chiude la stagione il 29 novembre il concerto con Aziz Shokhakimov, impegnato inSecheresses, cantata per coro e orchestra FP 90 di Poulenc e nella Sinfonia n. 2 di Chačaturjan; solista della serata il violoncellista Steven Isserlis, che interpreta il Concerto per violoncello e orchestra op. 58 di Prokof’ev. 
I biglietti dei concerti (da 30 a 15 euro) sono in vendita presso la biglietteria del Teatro Comunale di Bologna. 
Informazioni su www.tcbo.it

domenica 31 gennaio 2016

MILANO / L’Amadigi di Gaula di Händel, ovvero il trionfo dell’Amore

L’Amadigi di Gaula di Händel, ovvero il trionfo dell’Amore

di Elena Percivaldi*

Scritto in occasione della rappresentazione milanese 
(Piccolo Teatro Studio, 29 marzo 2016) 


L’Amadigi di Gaula (HWV 11) di Georg Friedrich Händel andava in scena per la prima volta a Londra, nel King’s Theatre on Haymarket, il 25 maggio del 1715. A tre secoli esatti di distanza ecco dunque l’occasione, qui a Milano, per proporre in prima assoluta cittadina un titolo che in Italia ha avuto ben poche rappresentazioni pubbliche: si ricordano solo quelle dirette da Rinaldo Alessandrini nel 2002 al Teatro S. Carlo di Napoli (con 5 repliche: e si trattava della prima messa in scena italiana) e nel 2004, in forma di concerto e data unica, al Teatro Olimpico di Roma (prima assoluta nella capitale). Anche discograficamente Amadigi si trova in forma completa in due sole registrazioni: quella realizzata da Marc Minkowski con Les Musiciens du Louvre nel 1991 per Erato (solisti Nathalie Stutzmann, Bernarda Fink, Eiddwhen Harrhy, Jennifer Smith) e più volte ristampata anche in raccolte handeliane, e quella datata 2008 uscita per Ambroisie (Naive) di Eduardo Lòpez Banzo con Al Ayre Espanol (con Maria Riccarda Wesseling, Elena de la Merced, Sharon Rostorf-Zamir, Jordi Domènech). Per il resto, solo qualche aria appare in varie antologie.
Questa “latitanza” è un vero peccato perché l’opera del grande compositore sassone si presenta come l’apoteosi, potremmo dire, del teatro barocco sia per la sua spettacolarità sia per la declinazione della poetica degli affetti. Esso è di certo un prodigio musicale, con il suo profluvio di melodie magnifiche, le arie sontuose intervallate da intensi recitativi. Ma è anche un capolavoro di messa in scena in cui le invenzioni - il giardino incantato con la fontana sgorgante, la coltre di fiamme, il crollo del palazzo, l’antro della maga colmo di demoni, i fantasmi e gli spettri, il mago-deus ex machina che si cala dall’alto e risolve il dramma tramite rivelazione – sono sì colpi ad effetto atti a intrattenere e stupire al tempo stesso, ma non fini a sé stessi bensì pienamente funzionali alla trama e indispensabili allo svolgersi del dramma stesso.

L’Amadigi fu la quinta opera italiana composta da Händel per Londra dopo Rinaldo (1711), Il Pastor Fido (1712), Teseo (1712) e Lucio Cornelio Silla (1713), e la seconda di argomento “magico”. Il libretto, la cui attribuzione è stata a lungo controversa, sembrerebbe da attribuire per qualcuno a Giacomo Rossi (+1731), già autore delle precedenti eccetto il Teseo, per i più però sarebbe opera del suo fedele collaboratore, il romano Nicola Francesco Haym (1678-1729). Egli avrebbe tratto la trama adattando il testo dell’Amadis de Grèce scritto tempo addietro da Antoine Houdar de la Motte (1672–1731) per l’omonima tragédie-lyrique in lingua francese composta da André Cardinal Destouches (1672-1749) per l’Académie Royale de Musique e andata in scena il 26 marzo 1699. Prima di loro, lo stesso tema era stato affrontato drammaturgicamente da Philippe Quinault (1635- 1688) per Jean-Baptiste Lully, che lo musicò nel 1684: dallo stesso sodalizio artistico era nato nel 1675 il Teseo da cui appunto Haym aveva adattato l’omonima opera handeliana. Le vicende di Amadigi sarebbero state in seguito riprese da Johann Christian Bach (Amadis de Gaule, 1779, su libretto di Alphonse-Denis-Marie de Vismes du Valgay) e infine, secoli dopo, da Jules Massenet (Amadis, 1922, postuma, su libretto di Jules Claretie).
Le differenze tra il lavoro del De la Motte e quello di Haym sono varie, a cominciare dal taglio del prologo e dalla riduzione degli originari cinque atti a tre, ma riguardano anche lo scarso adattamento ai dettami imperanti dell’opera seria. La trama è, come quasi sempre nei poemi cavallereschi, contorta. Ecco una breve sinossi.
Atto primo. Amadigi, prode cavaliere, e Dardano, principe di Tracia, sono entrambi innamorati della bella Oriana, figlia del Re delle Isole Fortunate (ossia, fuor di metafora, l’Inghilterra). Oriana sembra prediligere Amadigi, che però è amato anche dalla maga Melissa, la quale tenta di conquistarlo in ogni modo, non lesinando le sue arti. Amadigi si trova così a dover fronteggiare visioni, spiriti, furie, ma riesce sempre ad avere la meglio. Finché un giorno egli vede, alla Fontana dell’Amore, Oriana corteggiare Dardano e, pazzo di gelosia, sviene. Oriana se ne accorge e, presa dal dolore, tenta di uccidersi con la sua spada: l’eroe però si sveglia e, dopo averla rampognata per il suo tradimento, tenta a sua volta di suicidarsi.
Atto secondo. Amadigi resiste al corteggiamento di Melissa, la quale con un incantesimo rende a Dardano le sembianze dell’eroe in modo che possa sedurre Oriana. La principessa, caduta nel tranello, segue Dardano convinta che si tratti dell’amato e gli chiede perdono. Dardano, certo di aver conquistato il cuore della donna, sfida Amadigi a duello ma viene da questi sconfitto e ucciso. Melissa a questo punto accusa Oriana di averle tolto l’amato e invoca l’intervento degli spiriti.
Atto terzo. Amadigi e Oriana, ora prigionieri della maga, decidono di morire pur di restare uniti. Melissa, desiderosa di vendetta, non può però uccidere l’amato e riesce solo a prolungarne l’agonia in catene. Mentre i due amanti chiedono la grazia, Melissa invoca il fantasma di Dardano perché la assista nella sua implacabile vendetta: tuttavia lo spettro rivela che gli dei hanno deciso di proteggere la coppia, pertanto i suoi tentativi di nuocer loro saranno vani. Sconfitta e umiliata, Melissa si suicida. A questo punto Orgando, lo zio di Oriana e mago egli stesso, discende dal cielo e benedice l’unione dei due in un tripudio di danze pastorali.

La vicenda cui Haym e De la Motte si ispirarono non è certo nuova, bensì affonda le radici in un passato ben più remoto. L’Amadigi di Gaula (titolo originale Amadis de Gaula) è infatti un poema cavalleresco composto dallo spagnolo Garci Rodríguez de Montalvo riprendendo, a sua volta, materiale molto più antico che già circolava per iscritto e oralmente. Fu pubblicato nel 1508 a Saragozza, ma l’eroe eponimo, cavaliere errante, aveva già evidentemente una lunga storia.
La figura del paladino è infatti tipica della letteratura cavalleresca, i cui stilemi essa incarna senza eccezione, dalla fedeltà al valore, dalla forza al coraggio. Una figura poco storica ma molto romantica, che venne immortalata proprio nel momento in cui tali valori, elaborati tra il XII e il XIII secolo nelle raffinate corti del Midi francese, erano ormai al tramonto. La sua genesi è nota. Poco dopo il Mille l’ideale cortese aveva individuato nel cavaliere, anche per influsso della Chiesa, il difensore dei deboli, delle vedove e degli orfani, che agiva tenendo sempre presente il giuramento di fedeltà espresso al suo signore, e che prevedeva il rispetto di norme di comportamento in cui la virtù, l’onore, il coraggio, la lealtà e la clemenza erano valori fondanti. A diffondere quest’immagine avevano contribuito proprio i romanzi elaborati in quegli anni, a cominciare dalle chanson de geste e dai romans di Chrétien de Troyes, nelle quali le imprese dei “cavalieri erranti” perennemente in viaggio alla ricerca di una meta irraggiungibile, della verità e della gloria ma anche dell’amore di una dama, occupati ora a giostrare nei tornei ora a duellare con forze inquietanti e terribili, avrebbero assunto nomi e fama imperitura: Eréc, Yvain, Lancelot, Perceval. Tra essi si collocò a pieno titolo anche Amadigi.
Poi tra Tre e Quattrocento alle mutate condizioni socio-economiche e politiche che comportarono l’ascesa delle signorie, la guerra, ormai combattuta solo per denaro, perse ogni risvolto ideale per diventare un mero mezzo di sussistenza o di arricchimento. Di lì a poco le armi da fuoco avrebbero reso obsoleto il combattimento corpo a corpo e inefficaci le armature, che passarono da protezione a status symbol da torneo o da parata. Ciò che il cavaliere aveva rappresentato per secoli – al punto da diventare come detto, nella stessa simbologia cristiana, il campione dei deboli e degli oppressi e il paladino della giustizia – sopravvisse solo nella letteratura, nella memoria degli Ordini cavallereschi e in poemi come l’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto (1474-1533) e la Gerusalemme liberata di Torquato Tasso (1544-1595). A proposito di quest’ultimo, vale la pena notare per inciso che il suo assai meno letterariamente dotato padre, Bernardo (1493-1569), scrisse un poema in cento canti intitolato proprio Amadigi e ispirato sempre all’omonimo testo spagnolo. Dapprima steso in endecasillabi sciolti e poi – sulla scorta della moda lanciata da Matteo Maria Boiardo e dallo stesso Ariosto - in ottave, fu pubblicato nel 1560. Ma nonostante l’appassionata difesa operata dal figlio nell’Apologia in difesa della Gerusalemme Liberata (egli si trovava infatti a sua volta impegnato a sostenere le proprie scelte stilistiche e lessicali contro le critiche di “barbarismo” mossegli dagli Accademici della Crusca), il lavoro di Bernardo Tasso era sì raffinato, ma macchinoso e prolisso: ragion per cui fu presto dimenticato.
Tra questi, soprattutto il capolavoro dell’Ariosto non era stato composto certo per glorificare quel mondo cavalleresco ormai consegnato al passato. Dalle pagine del Furioso emerge infatti l’elemento dissacrante e ironico, tuttavia quello del poeta è un riso fortemente ammantato di serietà e tristezza, con ampie venature nostalgiche. Il tempo dei paladini, degli eroi senza macchia né paura è finito, spazzato via dal materialismo e dalle armi da fuoco, quell’«abominoso ordigno» per cui «la militar gloria è distrutta» e «il mestier de l’arme è senza onore». La stessa critica fu mossa anche da Miguel de Cervantes (1547-1616) nel suo Don Chisciotte: egli però di tale mondo stigmatizzava soprattutto la nobiltà spagnola che ne rappresentava l’esito degenere. Non a caso, l’unico testo che si salva dalla furia iconoclasta del curato, che voleva ardere tutti i testi cavallereschi della libreria dell’hidalgo («cagione di tanti malanni»), è proprio l’Amadigi di Gaula, considerato il puro capostipite del genere, definito dal barbiere Nicolò «il migliore di quanti di simil fatta furono composti; e perciò, come unico nella sua specie, può meritare perdono» (Don Chisciotte, tomo I, capitolo 6). Il resto della rea progenie finisce sulla piazza, combusto ingloriosamente nel fuoco.
Caduto nella polvere nel Cinquecento, il mito del cavaliere sarebbe risorto molto più tardi, nell’Ottocento, con il Romanticismo, e anche in questo caso la memoria sarebbe stata intrisa di rimpianto per un mondo definitivamente perduto.

Benché questi riferimenti siano culturalmente indispensabili per comprendere il contesto dell’opera, poco o nulla hanno a che vedere con l’Amadigi di Händel. Al compositore sassone infatti non interessava tanto la trama del poema in sé o il tema del soprannaturale, quanto l’aspetto emotivo dei protagonisti, il cui sentimento dominante è l’amore. I vari personaggi sono archetipici nei loro affetti: oltre all’amore stesso, la rabbia, il dolore, la paura, la tenerezza, lo sdegno. C’è la maga Melissa, focosa e vendicativa, che passa in corso d’opera dal registro sensuale a quello patetico; al suo opposto troviamo la dolce e sensibile principessa Oriana, poi l’eroico amante-amato Amadigi e l’infido Dardano, infine il saggio Orgando che compare fugacemente solo alla fine e per poche battute. Su di essi Händel riversa la sua musica vigorosa, virtuosistica e caratterizzata da melodie ampie e splendidamente cantabili, con una creatività e varietà sorprendenti se si considera che i ruoli furono affidati tutti a voci acute (soprani e contralti), mentre tenori e bassi compaiono solo nel coro finale dei pastori. Molta musica proviene, riadattata, dal Silla, che andò in scena una sola volta forse in forma di rappresentazione privata per Richard Boyle, conte di Burlington, presso il quale il compositore risiedeva. La partitura, che pure conosce momenti ora plumbei e quasi crepuscolari («Notte amica dei riposi» di Amadigi, «Addio» di Melissa) ora lirici e patetici («Pena tiranna» e «O caro mio tesor»), è resa oltremodo pirotecnica grazie ad un accurato trattamento dei fiati (nell’organico compaiono due flauti traversi, due oboi, un fagotto e una tromba) che anticipa quello che, di poco successivo, si ritroverà nella Water Music (1717). Lo spartito originale, purtroppo, non si è conservato (esistono parti manoscritte, alcune divergenti tra loro, che sono state studiate dal musicologo Winton Dean), ed esiste a tutt’oggi una sola edizione del libretto originale, che risale appunto al 1715. L’edizione critica, dopo la Deutsche Händelgesellschaft del 1874, è stata pubblicata per la prima volta nel 1971 a cura di J. Merrill Knapp e poi aggiornata nel 1995 (con lo stesso Dean) a seguito della scoperta, nella Biblioteca Fürstenberg di Donaueschingen, di un manoscritto contenente sei parti strumentali – evidentemente concepite per una rappresentazione unicamente orchestrale - in cui la parte vocale era sostenuta dall’oboe.

Sappiamo comunque per certo che l’opera, nonostante la composizione repentina, andò in scena riscuotendo un notevole successo e fu replicata almeno diciassette volte, sempre a Londra, dal 1715 al 1717. Una delle ragioni fu la cura maniacale con cui fu curato l’allestimento, con i suoi giochi di luce, la caverna, le dame e i cavalieri, la torre incantata, il balletto dei pastori, il tutto in seguito arricchito da ulteriori numeri musicali e momenti altamente spettacolari. I primi interpreti dell’opera furono il soprano Anastasia Robinson (Oriana, che si ammalò subito dopo la prima e fu sostituita dalla veneziana Caterina Galerati), il celebre castrato napoletano Nicolo Grimaldi detto Nicolini (Amadigi), il soprano Elisabetta Pilotti-Schiavonetti (Melissa) e il contralto Diana Vico (Dardano) mentre non si conosce il nome del soprano che impersonò Orgando (forse la stessa Galerati). La Pilotti era interprete ideale per la maga visto che per lei Händel aveva già cucito su misura le parti di Armida nel Rinaldo e di Medea nel Teseo. Tutti furono all’altezza della situazione, soprattutto il Nicolini, visto che le arie erano state scritte proprio per mettere in luce le doti interpretative di quelli che erano, senza ombra di dubbio in almeno due casi, cantanti straordinari.
Dopo il 1717 l’opera fu rappresentata in Germania, ad Amburgo, diciassette volte tra il 1717 e il 1720 con il titolo di Oriana (e con l’arrangiamento di Reinhard Keiser) per poi cadere nell’oblio fino al 1929, quando fu riproposta a Osnabrück. Seguì un altro lungo periodo di silenzio fino al 1968, stavolta in Inghilterra, e precisamente nell’Abbey Hall di Abingdon, nello Oxfordshire, cui seguirono altre timide riprese nel nord Europa.
La “riscoperta” vera e propria avvenne solo in occasione del tricentenario handeliano (1985) quando Roger Norrington ne propose la prima ripresa in tempi moderni con i London Baroque Players, che andò in onda su BBC Radio 3 il 4 aprile 1988. Da qual momento in poi, complice un rinnovato interesse nei confronti del repertorio barocco e handeliano in particolare, l’Amadigi ha conosciuto varie messe in scena soprattutto in ambito anglosassone, tedesco e nordamericano (la cui più recente risale al 2012 durante il Göttingen International Handel Festival). In Italia però, come si è detto all’inizio, resta ancora oggi un’autentica rarità.
Al di là della bellezza musicale dell’Amadigi, che vista la penuria di incisioni invita i nuovi interpreti a stimolanti e inesplorate letture tutte da vedere e da ascoltare, vale la pena riflettere ancora una volta sulla morale dell’opera, che potrebbe sembrare banale ma resta pur sempre attuale. Il potere dell’amore è superiore a tutto, non teme forze né soprannaturali né occulte e oscure, per quanto potenti possano essere. E grazie alla purezza di sentimenti e alla costanza, alla fine trionfa sempre.

* storica, saggista e critico musicale
 
©Elena Percivaldi, 2016. E' vietata la riproduzione anche parziale senza autorizzazione scritta. La copia e la diffusione non autorizzata è perseguibile a norma di legge.

NB. Il testo è pubblicato in versione ridotta nel programma di sala stampato in occasione della rappresentazione dell'Amadigi di Handel a Milano, Piccolo Teatro Studio (29 marzo 2016), appuntamento che fa parte del Festival Liederiadi 2016


29 marzo 2016 ore 20.30
PICCOLO TEATRO STUDIO (Via Rivoli 6 - Milano)
AMADIGI DI GAULA - Georg Friedrich Händel
Opera seria in 2 atti
Mirko Guadagnini - maestro concertatore
Oksana Lazareva - regia
INTENDE VOCI chorus et musici 

venerdì 15 gennaio 2016

EVENTI / Da Cremona agli States: Stradivari & Co. in mostra a Phoenix, Arizona


CREMONA - Raccontare Antonio Stradivari e le origini e l’affermazione della liuteria cremonese nel mondo: questo l’obiettivo della mostra "Stradivarius: origins and legacy of the greatest violin maker", in programma da sabato 16 gennaio a domenica 5 giugno 2016 al MIM, Musical Instrument Museum di Phoenix (Arizona).

La rassegna, realizzata in collaborazione con il Museo del Violino di Cremona e il network internazionale friends of Stradivari, illustra quanto e come i liutai cremonesi siano stati determinanti per l'evoluzione della cultura musicale occidentale dal XVI secolo in poi, attraverso l’esposizione di preziosi strumenti, pezzi unici della bottega del Maestro e ricostruzioni storiche.

Sarà dunque possibile ammirare e ascoltare capolavori senza tempo, in buona parte provenienti proprio dal Museo cremonese o prestati nell'ambito del progetto friends of Stradivari, network internazionale promosso dal Museo del Violino tra quanti suonano, amano, studiano o custodiscono i capolavori dei grandi liutai cremonesi.

Lo strumento più antico è un Andrea Amati, del 1566 circa; realizzato per Carlo IX re di Francia, è uno dei primi violini mai realizzati. Tra Sei e Settecento lavorano a Cremona i Maestri più celebrati: Giuseppe Guarneri, genio ribelle, ed il liutaio per antonomasia, Antonio Stradivari. In mostra si possono osservare rispettivamente i loro violini "Principe Doria" 1734 e "Artôt-Alard" 1728. La loro lezione ispira gli artigiani del XVIII e XIX secolo - in mostra un violino piccolo di Giovanni Battista Ceruti e uno intarsiato di Simone Fernando Sacconi - e si rinnova quotidianamente nelle botteghe dei costruttori di oggi, rappresentati da tre vincitori del concorso Triennale: Primo Pistoni, Jan Baptista Špidlen e Ulrike Dederer.

Grazie a una serie di contributi multimediali, registrati in Italia, i visitatori saranno portati prima in Val di Fiemme, dove crescono gli “abeti di risonanza” (il cui legno pregiato è la materia prima dei violini) e quindi nelle botteghe liutarie cremonesi, dove il legno diventa strumento musicale. Il viaggio non dimentica un passaggio alla corte di Caterina de' Medici e nei laboratori scientifici dove i ricercatori cercano di comprendere  le caratteristiche materiali e immateriali del suono del violino.

La destinazione finale è invece la sala da concerto del MIM: il calendario dell'esposizione è infatti scandito, oltre che da una serie di incontri e proiezioni, da un interessante programma di concerti, con il violino declinato nelle  sue diverse identità musicali. Domenica 17 gennaio la rassegna sarà inaugurata dal recital di Rachel Barton Pine che porrà a confronto, in un inconsueto duello, uno Stradivari ed un Guarneri. Giovedì 25 febbraio lo swing di Regina Carter proporrà inedite commistioni fra tradizione classica, rhythm & blues e jazz, mentre giovedì 24 marzo i riflettori si accenderanno su Midori Gotō e sul suo virtuosismo baluginante. Gli ultimi due appuntamenti della rassegna saranno rigorosamente a stelle e strisce, con il folk di Mark O’Connor, venerdì 8 aprile, e i migliori allievi dell' ASU Herberger Institute School of Music, domenica 1 maggio.


Il Musical Instrument Museum di Phoenix ospita una collezione di oltre 10.000 strumenti provenienti da tutto il mondo; organizzato per aree geografiche di competenza, offre ai 250.000 visitatori che in media accoglie ogni anno un panorama unico di strumenti, contributi musicali e video, oltre all’Experience Gallery, uno spazio dedicato nel quale è possibile toccare e suonare strumenti di ogni tipo. 

Informazioni: www.mim.org

MILANO / Online il database delle esecuzioni di Claudio Abbado

MILANO - Davvero un ottimo modo per celebrare Claudio Abbado, il grande direttore d'orchestra a due anni dalla scomparsa (avvenuta il 20 gennaio 2014). Ce lo propone il Club Abbadiani Itineranti che presenta il database di tutte le sue esecuzioni, dalla prima esibizione in casa Toscanini nel 1952, fino all'ultimo concerto al Festival di Lucerna nell'agosto 2013: più di 3400 eventi che l'hanno visto protagonista nella sua carriera artistica.
Il lavoro, spiegano dal Club, è durato molti decenni e ha comportato la paziente raccolta dei dati, completata con l'archiviazione finale in un sistema di data base informatizzato. Dal 19 gennaio sarà disponibile online sul sito www.abbadiani.it
La presentazione avverrà in collaborazione con la Civica Scuola di Musica intitolata al Maestro presso l'auditorium Lattuada in corso di Porta Vigentina 15/a a Milano, alle ore 20.30 di martedì 19 gennaio 2016.
Interverranno Angelo Foletto, Marco Bologna e Franco Baccalini. Alla presentazione seguiranno esecuzioni musicali della Civica Scuola di Musica
Ingresso libero fino ad esaurimento dei posti.
Per informazioni: tel 338 7108 656 - www.abbadiani.it

lunedì 16 novembre 2015

TORRE DEL LAGO / A Jonas Kaufmann il 44° Premio Puccini

TORRE DEL LAGO -  E' il tenore bavarese Jonas Kaufmann ad aggiudicarsi il  Premio Puccini 2015, il riconoscimento che la Fondazione Festival Pucciniano attribuisce ogni anno ad artisti  del mondo del melodramma la cui carriera segna memorabili interpretazioni dei capolavori di Giacomo Puccini.

La consegna del Premio avverrà nel corso di una cerimonia in programma il prossimo 18 dicembre a Torre del Lago Puccini (Auditorium Enrico Caruso,   ore 19.30)   in occasione della quale interagirà  con i giovani artisti del Festival stesso. 

Il Mese Pucciniano prenderà il via il 29 novembre con la commemorazione della scomparsa del Maestro e  vedrà numerosi appuntamenti musicali che si svolgeranno sino al Puccini Day del 22 dicembre.  
Info: www.puccinifestival.it

venerdì 6 novembre 2015

MILANO / Chailly nuovo direttore principale della Filarmonica della Scala

MILANO - Il Cda della Filarmonica della Scala ha nominato Riccardo Chailly Direttore Principale dell’orchestra. L’incarico mancava da dieci anni. Chailly dirige il concerto d’inaugurazione stagione e la Prova Aperta per la città. In programma musiche di Maderna e Rachmaninov. Il violinista Julian Rachlin interpreta il concerto di Stravinskij
Il Cda della Filarmonica della Scala ha nominato ieri, giovedì 5 novembre 2015, Riccardo Chailly Direttore Principale della Filarmonica della Scala. Lunedì 9 novembre 2015 Chailly assume la direzione principale dell’orchestra e il concerto inaugurale della Stagione Filarmonica segna l’inizio di una nuova era: dopo l’annuncio del termine anticipato degli impegni con l’orchestra del Gewandhaus di Lipsia, l’incarico assume un particolare significato nel rapporto tra Riccardo Chailly e l’orchestra e inaugura un nuovo percorso tra cicli sinfonici, progetti discografici, concerti a Milano e tournée.
“Ritengo che la Filarmonica sia parte di un progetto a cui tengo molto per i prossimi anni.”-  ha detto Chailly - “Per dare visibilità internazionale all’orchestra c’è bisogno di riconoscersi in grandi progetti. Abbiamo cercato uno spazio idoneo a Milano per incidere con l’orchestra e da li partirà un percorso discografico affiancato alle presenze internazionali. Saremo all’estero con due programmi da concerto, uno dedicato al repertorio italiano, l’altro internazionale. Desidero affrontare la musica di Rachmaninoff, in un ciclo che comprende le Danze sinfoniche, la sinfonia giovanile e le tre sinfonie, e tutto il grande repertorio russo, dapprima Šostakovič, in un ciclo condiviso con gli altri direttori ospiti della stagione. Non mancheranno Brahms e Schumann.”
“L’incarico al Maestro Chailly arriva a coronamento di legami molto forti” - ha ribadito Ernesto Schiavi direttore artistico – “l’accordo tra noi raggiunto è l’atto finale di un lavoro di programmazione e pianificazione condivisa che riguarda l’attività dell’orchestra da ora ai prossimi tre anni. È un accordo che non ha precedenti nella storia della Filarmonica e testimonia una lavoro di progetti già avviati. L’incarico serve a suggellare un progetto di condivisione e comunione di obbiettivi.”
Con l’arrivo di Chailly l’orchestra torna protagonista in Europa nei prossimi anni e a partire da agosto 2016 sarà impegnata in una tournée di concerti che fa tappa in città significative come Vienna, Salisburgo, Baden Baden e alla nuova Philharmonie di Parigi, con due solisti d’eccezione: Daniil Trifonov e Martha Argerich. Chailly dirigerà l’orchestra a Gstaad (21 agosto, Festivalzelt),Salisburgo (22 agosto, Großes Festspielhaus), Linz (23 Settembre, Brucknerhaus), Essen (24 Settembre, Philharmonie), con Daniil Trifonov sarà a Dortmund (25 Settembre, Konzerthaus),Luxembourg (26 Settembre, Philharmonie), Hamburg (28 Settembre, Konzertsall), Baden Baden (30 Settembre, Festpielhaus), infine a Vienna (1 ottobre, Muskverein) e con Martha Argerich per il debutto alla Philharmonie di Parigi (2 ottobre).

Dal debutto nel 1991 con la Nona Sinfonia di Mahler, Riccardo Chailly ha diretto 70 concerti con la Filarmonica della Scala e si colloca quinto nella classifica dei direttori più assidui dopo Riccardo Muti (370 concerti), Carlo Maria Giulini (93), Myung-Whun Chung (80) e Lorin Maazel (70). Ha guidato l’orchestra in numerose tournée tra le quali spicca il trionfale tour negli USA nel 2007 e una discografia coronata dal campione di vendite “Viva Verdi”. Dal 2013 Chailly dirige l’orchestra per l’annuale Concerto per Milano in Piazza Duomo.



Il concerto d’inaugurazione

Il programma che Chailly dirige al Teatro alla Scala nella serata inaugurale della Stagione 2015-2016 mostra un contatto diretto fra tre compositori distanti cronologicamente: Bruno Maderna, con l’Introduzione e Passacaglia Lauda Sion Salvatorem, lavoro della giovinezza in cui appare con forza la citazione liturgica densa di richiami storici, emotivi e poetici, accostato a Sergej Rachmaninov, con la Sinfonia n. 3 in la minore op. 44, prossimo al primo per le citazioni chiare e inequivocabili, trasmesse nella sua ultima fase creativa. Al centro il Concerto per violino dell’altro russo Stravinskij, eseguito in questa occasione dal solista Julian Rachlin. 
Rachlin, già ospite giovanissimo a Milano con Sawallish, nel 1993 e nel 1997, torna a esibirsi al Teatro alla Scala dopo essere stato protagonista dei concerti della Filarmonica in tournée a Linz e Stoccarda con Harding nel 2011 e un’intensa attività concertistica internazionale negli ultimi anni, compresa la recente tournée con Riccardo Chailly e il Gewandhaus di Lipsia. La Terza Sinfonia torna sui leggii dell’orchestra dopo il concerto del 2007 diretto da Lorin Maazel con un programma interamente dedicato a Rachmaninov.
La sera precedente il concerto, domenica 8 novembre alle 19.30, Chailly dirige la Prova Aperta gratuita dedicata alla città e guida il pubblico all’ascolto del programma. Gli inviti per la serata sono distribuiti dall’Assessorato alle Politiche Sociali del Comune di Milano e riservati agli utenti dei Servizi Sociali.

Domenica 8 novembre ore 19.30, Prova Aperta
Lunedi 9 novembre ore 20, Concerto d’inaugurazione
Teatro alla Scala

Filarmonica della Scala
Riccardo Chailly, direttore
Julian Rachlin, violino*

Bruno Maderna, Introduzione e Passacaglia Lauda Sion Salvatorem
Igor Stravinskij, Concerto per violino
Sergej Rachmaninov, Sinfonia n. 3 in la minore op. 44

* Rachlin non sarà presente alla Prova Aperta

Informazioni

I biglietti sono in vendita sul sito www.geticket.it a partire dal 9 ottobre. Eventuali rimanenze saranno in vendita a partire dal giovedì precedente il concerto presso l’Associazione Orchestra Filarmonica della Scala, Piazza Diaz, 6, dalle ore 10.00 alle ore 17.00 fino ad esaurimento.
Prezzi: Posto unico Platea € 105,00; Palco € 85,00/65,00; I Galleria € 25,00; II Galleria € 15,00; Ingressi € 5,00.


Riccardo Chailly
Riccardo Chailly è Direttore Principale del Teatro alla Scala dal gennaio 2015.
Nato a Milano, ha compiuto gli studi musicali nei Conservatori di Perugia, Roma e Milano, perfezionandosi all’Accademia Chigiana di Siena ai corsi di Franco Ferrara. Il primo incarico da Direttore Musicale gli è stato conferito dal Radio-Symphonie-Orchester di Berlino dal 1980 al 1988. Nel 1988 Chailly ha assunto la carica di Direttore Principale dell’Orchestra del Royal Concertgebouw di Amsterdam, incarico mantenuto per sedici anni. Allo stesso tempo è stato Direttore Musicale del Teatro Comunale di Bologna e dell’Orchestra Sinfonica Giuseppe Verdi di Milano. Nel 2017 si concluderà, dopo 12 anni, il suo impegno come Kapellmeister del Gewandhausorchester di Lipsia, la compagine sinfonica più antica d’Europa.
Dirige regolarmente le maggiori orchestre sinfoniche europee: Wiener Philharmoniker, Berliner Philharmoniker, Symphonieorchester des Bayerischen Rundfunks, London Symphony Orchestra, Orchestre de Paris. Negli Stati Uniti ha diretto New York Philharmonic, Cleveland Orchestra, Philadelphia Orchestra e Chicago Symphony Orchestra.
Dall’agosto 2016 succederà a Claudio Abbado come Direttore Musicale dell’Orchestra del Festival di Lucerna.
In campo operistico ha collaborato regolarmente con i maggiori teatri: oltre alla Scala, il Metropolitan di New York, la Lyric Opera di Chicago, l’Opera di San Francisco, il Covent Garden di Londra, la Bayerische Staatsoper di Monaco, la Staatsoper di Vienna, l’Opera di Zurigo. È presente con regolarità nei principali festival internazionali tra cui Salisburgo, Lucerna e i Proms di Londra.
Da trent’anni Riccardo Chailly è artista esclusivo Decca. L’incisione delle Nove Sinfonie di Beethoven con il Gewandhaus gli è valsa il prestigioso premio Echo Klassik come Miglior Direttore del 2012. Nel 2013 sono stati pubblicati, tra l’altro, l’integrale delle Sinfonie di Brahms con il Gewandhaus, che ha vinto il Gramophone Award come Disco dell’Anno, e Viva Verdi, realizzato con la Filarmonica della Scala in occasione del bicentenario verdiano, che si è imposto come CD classico più venduto in Italia nel 2013.
Riccardo Chailly è Grand’Ufficiale della Repubblica Italiana e membro della Royal Academy of Music di Londra. Nel 1998 è stato nominato Cavaliere di Gran Croce della Repubblica Italiana; nello stesso anno la Regina dei Paesi Bassi lo ha insignito del titolo di Cavaliere dell’Ordine del Leone d’Olanda.  Nel 2011 Riccardo Chailly è stato nominato Officier de l’Ordre des Arts et des Lettres dal Ministro della Cultura francesce Frédéric Mitterand.


Julian Rachlin
Nato in Lituania nel 1974, Julian Rachlin ha studiato violino con Boris Kuschnir al Conservatorio di Vienna e con Pinchas Zukerman ed è tra i più stimati violinisti della sua generazione.
Tra gli impegni più recenti si segnalano quelli con la Filarmonica di Monaco e Lorin Maazel, la Mariinsky Orchestra e Valery Gergiev, la London Philharmonic e Andrey Boreyko, la Bavarian State Orchestra con Zubin Mehta e Kirill Petrenko. Lo scorso febbraio ha preso parte come solista alla tournée europea con la Leipzig Gewandhaus Orchestra diretta da Riccardo Chailly; nel marzo 2015 ha suonato in Cina con la China Philharmonic, la Shanghai Symphony e la Guanzhou Symphony con Long Yu. Durante la residenza al Musikverein di Vienna, si esibito nel concerto inaugurale della stagione 2014/2015 con i Munich Philharmonic e Semyon Bychkov, ha diretto l’English Chamber Orchestra e suonato in trio con Mischa Maisky e Daniil Trifonov.
Tra gli altri impegni si segnalano i concerti con la Boston Symphony Orchestra e Asher Fisch, la St. Petersburg Philharmonic e Yuri Temirkanov, la Philharmonia Orchestra e Vladimir Ashkenazy, l’Orchestre National de France e Daniele Gatti.
Nel 2012 ha eseguito in prima mondiale il Concerto doppio di Krzysztof Penderecki al Musikverein di Vienna, con Janine Jansen e la Bavarian Radio Symphony Orchestra sotto la direzione di Mariss Jansons. Il brano, di cui Rachlin è dedicatario, è stato commissionato dal Musikverein.
In veste di direttore si è esibito con l’Orchestra Filarmonica Ceca, la Filarmonica di Israele, la Royal Northern Sinfonia, l’Orchestre Philharmonique de Nice, i Moscow Virtuosi, la Zurich Chamber Orchestra e l’Orchestra della Svizzera Italiana.
All’età di quattordici anni ha vinto il Premio Young Musician of the Year all’Eurovision Competition ad Amsterdam. È stato il più giovane solista a esibirsi con i Wiener Philharmoniker, debuttando sotto la direzione di Riccardo Muti. Nel 2010 è stato nominato UNICEF Goodwill Ambassador per il suo impegno filantropico di volontariato e per i suoi risultati in campo educativo.
Rachlin affianca all’attività di strumentista quella di direttore d’orchestra. Nella stagione 2015/2016 assumerà il ruolo di Direttore Ospite Principale della Royal Northern Sinfonia.
Julian Rachlin registra per Sony Classical, Warner Classics e Deutsche Grammophon.
Suona uno Stradivari "ex Liebig" del 1704.

martedì 3 novembre 2015

PADOVA / Un convegno per riscoprire Tebaldini e la musica antica

PADOVA - I 150 anni dalla nascita di Giovanni Tebaldini, fautore del recupero dell’antico, sono l’occasione per presentare in una giornata di studio i risultati conseguiti attraverso alcuni progetti di ricerca sostenuti dal Dipartimento dei Beni culturali dell’Università di Padova. Il convegno, dal titolo "GIOVANNI TEBALDINI (1864-1952) e la restituzione della musica antica" (a cura di Paola Dessì e Antonio Lovato) si terrà martedì 17 novembre a Padova presso la Sala delle Edicole, Corte dell’Arco Vallareso.
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Dal 2005 un gruppo di giovani ricercatori è impegnato nell’approfondimento delle problematiche attinenti la restituzione della musica medievale e rinascimentale, promossa dai movimenti di riforma attivi tra Otto e Novecento, studiando le informazioni offerte dai repertori, dai documenti d’archivio e soprattutto dal dibattito di idee ospitato in molte riviste. Il compito è ricostruire un capitolo di storia della musica a lungo trascurato e che, a prescindere dagli esiti estetici, presenta aspetti significativi delle tendenze culturali che alimentarono il complesso fenomeno socio-politico da cui prese forma la giovane nazione italiana.
Il processo di riforma si distingue per avere cercato di attuare un programma che risponde a due istanze principali: la necessità di riaffermare un’identità nazionale che, in ambito musicale, affonda le radici nella tradizione del canto monodico e della polifonia rinascimentale; la spinta verso la modernità che è il filo conduttore, ma spesso anche il discrimine di ogni valutazione della produzione musicale.
Le due tendenze appaiono come forze centrifughe e contrapposte, che agivano all’interno dei movimenti di riforma condizionando la portata della loro azione di rivisitazione del passato. Nonostante ciò, il pensiero teorico e i risvolti concreti sottesi all’opera di restituzione dei repertori antichi rappresentano una componente che contraddistingue la nascente musicologia.
Partendo da queste considerazioni, la giornata di studi intende discutere le motivazioni e le scelte operative che guidarono l’azione di Giovanni Tebaldini. A livello di riflessione, il tema principale riguarda la ripresa del canto precarolingio, gregoriano e palestriniano, considerato in relazione
ai tentativi di riforma liturgico-musicale. Dal punto di vista pratico, saranno osservate le modalità di lettura e trascrizione della musica antica, come emergono dal confronto tra il metodo di Tebaldini e quello di altri musicisti del suo tempo attivi in area veneta, dove più marcato fu l’impegno di restituzione della musica antica.



Informazioni:
www.beniculturali.unipd.it
Contatti
paola.dessi@unipd.it - antonio.lovato@unipd.it


(fonte: comunicato)