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venerdì 11 marzo 2016

MILANO / Due Foscari, il Leone ruggisce ancora

Trionfo per Plácido Domingo, un Francesco Foscari monumentale nella sua fragilità umana. Ottimo anche lo Jacopo di Meli, sul podio un Mariotti in grande forma
DUE FOSCARI, IL LEONE RUGGISCE ANCORA 
di ELENA PERCIVALDI      

La ripresa dei Due Foscari di Giuseppe Verdi alla Scala è stata annunciata con grande enfasi anche per la presenza eccezionale di Plácido Domingo. Ma nonostante l'affollatissima conferenza stampa di lancio e il sold out, le recensioni della “prima” sono state a dir poco discordi, con lo stesso pubblico che ha fischiato alcuni interpreti alternando al dissenso imbarazzanti silenzi. Non eravamo presenti alla prima rappresentazione ma abbiamo assistito alla recita del 9 marzo, suggellata invece da applausi scroscianti. E non possiamo che essere d'accordo con questi ultimi.
D'accordo: Plácido Domingo non è un baritono e non lo sarà mai. Ma il suo accostarsi in età avanzata a complessi ruoli verdiani di tessitura baritonale (Conte di Luna, Simon Boccanegra, Rigoletto, ora dopo Londra di nuovo Francesco Foscari) è senza dubbio coraggioso e si giustifica di per sé vista l'enorme passione musicale che ha questo artista immenso, longevo come pochi e dotato di una sensibilità sopraffina. In alcuni casi (Trovatore) il risultato è stato dubbio. Ma qui come Francesco il grande madrileno, a 75 anni suonati, dimostra di avere ancora molto da dire e da regalare al pubblico. Il volume vocale è ancora ragguardevole, ma è la sua presenza scenica imponente a fare la differenza insieme alla capacità di immedesimarsi completamente nel dramma umano di un uomo conteso tra affetto paterno e ruolo politico. Il suo Francesco trema, piange, soffre e resta grande e monumentale nella sua fragilità umana, senza mai perdere neppure per un istante la dignità. Prestazione maiuscola e applausi scroscianti per il Leone che ruggisce ancora. 
Splendida anche la prova di Francesco Meli, che dopo qualche incertezza iniziale ha deliziato il pubblico con la sua voce chiara, il fraseggio impeccabile, la purezza del timbro adamantino. Per lui e il suo Jacopo ovazione strameritata. Così come gli applausi convinti ad Anna Pirozzi e alla sua Lucrezia Contarini hanno messo a tacere i fischi che ingiustamente le sono stati tributati alla prima (e che si è capito che erano preconcetti ed eterodiretti). La Pirozzi ha dimostrato di possedere volume e agilità e ha dato al ruolo lo spessore drammatico richiesto, confermandosi interessante voce verdiana non a caso contesa un po' ovunque. Solido il Loredano di Andrea Concetti, buoni gli altri ruoli: Edoardo Milletti (Barbarigo), Chiara Isotton (Pisana),  Azer Rza–Zade (Fante) e Till von Orlowsky (Servo), questi ultimi solisti dell’Accademia di Perfezionamento per cantanti Lirici.
Michele Mariotti si conferma uno dei più interessanti giovani direttori in circolazione. La sua lettura dell'opera è stata meticolosa e brillante e ha saputo integrare con maestria le lacune drammatiche di una messa in scena monocorde per limiti intrinseci, rivestendola di inediti colori. Un lavoro ben riuscito grazie all'ottima performance dell'Orchestra e del Coro.
Quanto alla regia e alle scene, ci permettiamo di dissentire dalle pur autorevoli stroncature che abbiamo letto in questi giorni. Alvis Hermanis, che già apprezzammo moltissimo in occasione del Die Soldaten di Zimmermann, ha recuperato le atmosfere veneziane romantiche evocate da Francesco Hayez riconoscendo umilmente che non può esistere il Verdi dei Due Foscari senza il grande pittore lagunare (e milanese d'adozione). Le proiezioni di Ineta Sipunova sui pannelli che salivano e scendevano durante i vari quadri trasportavano lo spettatore in una Venezia  nebbiosa, rarefatta e sognante  e sottolineavano la solitudine dei personaggi nel loro dramma umano che si compie in nome della ragione (cinica, e sbagliata) di Stato. Azzeccata la trovata di ambientare la scena delle prigioni in mezzo a tante statue diverse del Leone di San Marco: essi si materializzavano intorno al povero Jacopo in delirio come un incubo goyano, trasformandosi da solare e anaforico simbolo della patria amata a tremenda, ossessiva prefigurazione onirica della prossima fine, sua e della Repubblica stessa travolta dalla decadenza. Abbondanti ovunque le citazioni visuali, da Carpaccio a Tintoretto,  da Giovanni a Gentile Bellini, oltre all'onnipresente e inarrivabile Hayez. Bellissimi poi i costumi di Kristìne Jurjàne, un tripudio lussureggiante di stoffe rinascimentali ispirate al più puro colorismo veneto. 


Abbiamo sentito critiche urticanti, sogghigni di sufficienza, sarcasmo a go-go sulla “regia demenziale” e la “pallosa pinacoteca” (frasi sentite in platea!) proposta sul palco. Beh, personalmente preferiamo mille volte una lettura estetizzante, sognante ed evocativa di questo tipo agli eccessi inutilmente provocatori e finto dissacranti, oltre che esteticamente deprecabili, di quel Regietheatre tanto apprezzato dagli pseudo-intellettuali radical-chic à la page. Qualche critica si può fare al massimo ai mimi che qua e là apparivano un po' artefatti e meccanici (ma va sottolineato anche qui il debito nei confronti, tanto per dire, del gondolieri del Carpaccio, che forse non è stato nemmeno colto: un ripasso di storia dell'arte sarebbe auspicabile prima di sentenziare a vuoto...). Ma è tutto. Dopo gli immotivati fischi della prima, il riscatto del pubblico che ha applaudito fragorosamente è più eloquente di qualunque alzata di sopraccigli snob.
Foto Brescia/Amisano – Teatro alla Scala

martedì 9 febbraio 2016

MILANO / Mostra, libro, documentario: così la Scala celebra Luca Ronconi

MILANO -  Luca Ronconi si spegneva a Milano il 21 febbraio 2015. A un anno dalla scomparsa il Teatro alla Scala ricorda il grande regista con “Luca Ronconi, il laboratorio delle idee”, una mostra curata da Margherita Palli con Valentina Dellavia che, nelle sue due sedi al Museo Teatrale e presso i laboratori Ansaldo, si propone di indagare lo stretto rapporto tra Ronconi e la macchina teatrale scaligera, il lavoro da cui nacquero i suoi 24 spettacoli al Piermarini. Ripensare oggi la ricerca di Luca Ronconi non è soltanto un omaggio a un maestro che con il suo lavoro ha contribuito a disegnare l’identità stessa della Scala, ma un necessario esercizio di riflessione sulle prospettive della regia d’opera fra tradizione e futuro.

IL VOLUME E IL DOCUMENTARIO -  La mostra, inserita nel palinsesto “Ritorni al futuro” del Comune di Milano, sarà accompagnata dall’uscita del volume “Ronconi – Gli anni della Scala” curato da Vittoria Crespi Morbio per gli Amici della Scala e del documentario “Ronconi all’Opera” prodotto da Rai Cultura per la regia di Felice Cappa, che andrà in onda su Rai5 il 21 febbraio alle 21.15, ed è stata realizzata con la collaborazione del Piccolo Teatro di Milano, del Centro Teatrale Santa Cristina, di docenti e studenti di NABA Nuova Accademia di Belle Arti Milano e il contributo di JTI (Japan Tobacco International), Partner Istituzionale del Museo Teatrale alla Scala.


L'EREDITA' ARTISTA E INTELLETTUALE -  “Luca Ronconi ha lasciato a Milano una grande eredità artistica e intellettuale - ha detto l’assessore alla Cultura Filippo Del Corno -, e perché la nostra Città riesca a ricevere il testimone della sua straordinaria esperienza, rilanciando nel futuro i semi di una nuova capacità creativa, è necessario ricordare la sua figura centrale e il suo lavoro attento, quasi maniacale, sulle parole e sulle immagini. È solo mettendo al centro della riflessione pubblica l’idea di futuro, infatti, che riusciremo a trasformare i talenti creativi che abitano questa città in nuovi protagonisti delle prossime stagioni della nostra storia”.
“Con questa mostra – commenta il Sovrintendente Alexander Pereira – il Teatro alla Scala rende omaggio a un artista che, attraverso 24 spettacoli in collaborazione con direttori come Abbado, Muti e Chailly e scenografi e costumisti di immenso valore, ha segnato profondamente per quattro decenni l’evoluzione della regia d’opera come il teatro di prosa e la cultura non solo italiana. Con Margherita Palli abbiamo voluto utilizzare anche gli spazi dell’Ansaldo per testimoniare il legame speciale che legava Ronconi ai lavoratori scaligeri e ribadire ancora una volta il ruolo di questi laboratori nel definire l’unicità del nostro Teatro”.
Spiega Margherita Palli: “Ho pensato ad una mostra proprio dentro i laboratori dell’Ansaldo per ricordare le 24 regie di Luca Ronconi attraverso il suo rapporto con i cantanti, con le maestranze, con il palcoscenico e i laboratori; cercando di far rivivere l’atmosfera di lavoro nascosto, i mesi di progetto, di costruzione, di prove in sala e in palcoscenico, curiosando dietro le quinte per arrivare alla sera della prima. Una mostra al Museo ricordando i collaboratori, gli scenografi e i costumisti. Due mostre che ho articolato pensando ai giovani che faranno il teatro del futuro, un tentativo di raccontare il lavoro totalizzante sullo spazio e il costume del regista che ha rinnovato il linguaggio della contemporaneità nel teatro”.

LA MOSTRA - “Luca Ronconi – Il laboratorio delle idee” sarà aperta al pubblico dal 24 febbraio al 24 maggio e proporrà un percorso in due tappe. L’itinerario inizia ai Laboratori Scala Ansaldo di via Bergognone 34 con “Luca Ronconi dietro le quinte”, uno spettacolare allestimento su una passerella sospesa che ripercorre uno per uno i 24 allestimenti scaligeri di Ronconi con altrettanti tavoli di lavoro su cui intorno alle maquettes si riuniscono disegni, fotografie, documenti e oggetti di scena. Al termine del percorso uno spazio è dedicato a Infinities, lo spettacolo che Ronconi realizzò con il Piccolo Teatro negli spazi della Bovisa, sede storica dei laboratori scaligeri.
La mostra è un’ulteriore occasione per visitare i laboratori dell’Ansaldo, la grande officina su cui si fonda l’unicità produttiva del Teatro alla Scala, oggi uno dei pochissimi in grado di creare tutte le parti di uno spettacolo. Presso l’Ansaldo sarà costruito anche uno spazio per conferenze per ospitare la presentazione del volume degli Amici della Scala e un ciclo di incontri.
Il percorso prosegue al Museo Teatrale alla Scala in largo Ghiringhelli 1 con “Luca Ronconi in scena”, un approfondimento sulle collaborazioni di Ronconi con scenografi come Luciano Damiani, Ezio Frigerio, Gae Aulenti, Margherita Palli e costumisti come Vera Marzot, Karl Lagerfeld e la stessa Palli. In esposizione abiti, bozzetti, figurini e oggetti di scena, mentre sugli schermi scorrerà il documentario realizzato da Rai Cultura.

Informazioni: www.teatroallascala.org


Luca Ronconi, il laboratorio delle idee: dal 24 febbraio al 24 maggio 2016

Luca Ronconi dietro le quinte

Laboratori Scala Ansaldo

Via Bergognone, 34

Visite guidate su prenotazione: Civita Cultura

servizi@civita.it tel. 02 43353542

Luca Ronconi in scena

Museo Teatrale alla Scala

Largo Ghiringhelli, 1

Tutti i giorni 9 - 12 e 13.30 - 17

lunedì 8 febbraio 2016

MILANO / La Scala ricorda Gavazzeni dedicandogli La Fanciulla del West

MILANO - Gianandrea Gavazzeni si spegneva a Bergamo vent’anni fa, il 5 febbraio 1996. Il Teatro alla Scala e il Direttore Principale Riccardo Chailly lo ricordano dedicandogli la prima rappresentazione della nuova produzione de La fanciulla del West che andrà in scena il prossimo 3 maggio con la regia di Robert Carsen.
La figura di Gianandrea Gavazzeni - ha spiegato il Direttore Principale Riccardo Chailly - svolge un ruolo nella storia della Scala: fu continuatore di una tradizione che affonda le radici nel rapporto diretto con Toscanini e i grandi del primo Novecento, e difensore curioso e colto del repertorio italiano. Voglio menzionare in particolare l’impegno convinto a favore delle opere di Puccini. Se il suo ultimo titolo pucciniano fu La bohème, occorre ricordare almeno il Trittico e la sua interpretazione de La fanciulla del West nel 1964 con Gigliola Frazzoni, Franco Corelli e Giangiacomo Guelfi. Insieme all’Orchestra, al Coro e a tutto il Teatro abbiamo deciso di dedicargli la prima della nuova produzione di Fanciulla il prossimo 3 maggio; io, personalmente, aggiungo il mio affetto, la stima e la simpatia umana per uno straordinario musicista e uomo di cultura che ho avuto modo di conoscere e frequentare”.
Nato a Bergamo nel 1909, Gavazzeni studia all’Accademia di Santa Cecilia a Roma e al Conservatorio di Milano, frequentando le classi di composizione di Ildebrando Pizzetti. Decisivo è l’incontro con Arturo Toscanini: il rapporto col Maestro proseguirà fino alla morte di questi.
Nel 1935 scrive per il Donizetti l’opera “Paolo e Virginia”, ma nel 1949 decide di abbandonare la composizione per dedicarsi alla direzione d’orchestra; già nel 1933 debutta con l’orchestra dell’EIAR di Torino; alla Scala debutta nel 1943 con un concerto e l’anno seguente con Il campiello di Wolf Ferrari: da allora il legame con il Teatro milanese rimane strettissimo e costante fino alle recite di Stiffelio di Verdi nel 1995, culminando negli anni di direzione artistica dal 1966 al 1968. Gavazzeni dirige oltre 100 spettacoli (incluse le riprese) coprendo un repertorio vastissimo, specchio di un’immensa cultura musicale riversata anche nell’attività di critico e saggista: si va da Mavra di Stravinskij al celebre Turco in Italia con la Callas e Zeffirelli e al Giulio Cesare di Händel, da La Fiera di Sorocinskij di Musorgskij a Norma di Bellini o Anacréon di Cherubini. In una vita così ricca di musica si distinguono almeno quattro direttrici che hanno segnato la cultura musicale italiana. La prima è l’amore viscerale per Verdi, tutto Verdi: accanto ai grandi titoli ricorrenti, soprattutto Un ballo in maschera, Il trovatore e Aida, Gavazzeni è tra i primi a intuire il valore delle opere fino ad allora considerate minori: nel 1966 dirige Simon Boccanegra con Leyla Gencer e Giangiacomo Guelfi, allora una rarità, cui seguiranno Luisa Miller nel 1976 con Pavarotti e Caballé e ancora nel 1987 I lombardi alla prima Crociata, I due Foscari nel 1988 e Stiffelio nel 1995.
La seconda è l’impegno alla scoperta del concittadino Donizetti: ricordiamo almeno Anna Bolena con Callas e Simionato nel 1957, La favorita con Fiorenza Cossotto e ancora la Simionato nel 1962, Linda di Chamounix con Margherita Rinaldi nel 1972.
La terza è la fedeltà alle sue origini musicali che accanto a Pizzetti, le cui opere Gavazzeni dirige con assiduità, includono un rapporto di intima familiarità con il repertorio in senso lato verista: La fiamma di Respighi con Inge Borkh nel 1955, Fedora con la Callas e Corelli nel 1956 e poi con Freni e Domingo in alternanza con Carreras nel 1993, Iris di Mascagni nel 1957, Adriana Lecouvreur con Magda Olivero nel 1958 e poi in innumerevoli varianti e riprese fino al 1991, Andrea Chénier con Del Monaco in alternanza con Corelli nel 1960, L’amico Fritz con Freni e Raimondi nel 1963, Madame Sans-Gêne nel 1967, Loreley nel 1968.
Infine va ricordata la militanza pucciniana di Gavazzeni anche in anni in cui il compositore di Lucca godeva di poca considerazione presso parte della critica e del mondo musicale più legato alle avanguardie. Gavazzeni dirige la sua prima Tosca alla Scala nel 1948 (ne seguiranno numerose altre, nel 1958 e 59 con la Tebaldi), Manon nel 1957 con Di Stefano e Petrella, Butterfly nel 1958 con la Frazzoni in alternanza alla Jurinac e nel 1963 con la Scotto, e nel 1959 un Trittico dal cast leggendario in cui campeggiano Bastianini e la Petrella, la Jurinac, Gobbi, Raimondi e la Scotto; non saranno da meno quelli del 1962 e del 1983. I ricordi pucciniani degli ultimi anni di Gavazzeni sono legati alla riscoperta de La rondine e a un’indimenticabile serie di recite de La bohème nel 1994 con Mirella Freni e Roberto Alagna.




Fonte: comunicato stampa 

SCALA / Tutt’altro che Vanità: il Trionfo di Handel (e del Barocco)


Applausi convinti per la messa in scena scaligera del “Trionfo del Tempo e del Disinganno”, oratorio scritto dal ventiduenne compositore sassone durante il suo soggiorno romano

di Elena Percivaldi

Il trionfo, l’altra sera alla Scala, oltre che del Tempo e del Disinganno è stato di Handel e della musica barocca in generale. A onta dei numerosi posti vuoti (ci riferiamo alla recita del 30 gennaio), il successo di questo lavoro poco conosciuto e poco rappresentato del grande sassone (a parte la sensualissima e sublime “Lascia la spina”, già sarabanda nell’Almira del 1705, riutilizzata a Londra nel Rinaldo come “Lascia ch’io pianga” e destinata a fama imperitura come aria di baule per innumerevoli interpreti) è stato infatti notevole: a riprova che anche Milano ha il suo pubblico fedele al genere, magari non così numeroso come quello che solitamente accorre al repertorio romantico e ottocentesco, ma di certo dotato al solito di gusto e capacità di apprezzare le cose belle quando le vede e le ascolta. E questa messa in scena dell’oratorio che Handel giovinetto compose nel 1707 per Roma una cosa bella lo è. E molto.
Come di consueto in questo genere di lavori a stampo moraleggiante – giacché l’opera era vietata nell’Urbe dei Papi -, l’azione praticamente non esiste. Il libretto composto dal cardinale Benedetto Pamphilj si basa su un classico topos dell’epoca, le variazioni sul tema (con ammiccamenti macabri annessi) della Vanitas e del Memento Mori. Quattro i personaggi in scena: Bellezza e Piacere (soprani), Tempo e Disinganno (contralto il secondo,  tenore il primo contrariamente alla prassi di conferire il ruolo a un basso: la scelta fu dettata ad Handel probabilmente dai cantanti che aveva a disposizione). Trama: Bellezza è felice perché crede d’esser bella in eterno, sorretta in questa convinzione da Piacere suo alleato; Disinganno le mostra la cruda Verità: il Tempo inesorabile farà sfiorire le rose e tutto finirà in cenere. Conclusione: Bellezza si spaventa, si pente, abbandona Piacere e si converte, accolta da un Angelo della redenzione mandatole direttamente dal Cielo.
Senza praticamente dinamica alcuna, né colpi di scena roboanti, né clamorosi deus ex machinacome si possono proporre in teatro quasi due ore e mezza di musica, per quanto sublime, senza risultare noiosi? Il modo scelto dai registi Jürgen Flimm e Gudrun Hartmann anche grazie alle scene di Erich Wonder è semplice ma geniale: calare le quattro Allegorie (che di ciò alla fine si tratta) nel mondo umano e quindi nel tempo, lasciandole contemporaneamente fuori dal tempo stesso. La scena viene posta in un grande locale Déco (ispirato, ci dicono le note di sala,  alla brasserie La Coupole di Boulevard Montparnasse a Parigi, inaugurata nel 1927). Siamo alla fine di una serata qualunque, con avventori qualunque che ciacolano e brindano forse un po’ annoiati dal rito mondano tutto borghese di frequentarsi, parlottare, corteggiarsi, stretti nei loro bellissimi abiti alla moda (firmati da Florence von Cerkan). Il loro brulicare, andare e venire, sbevazzare e ridacchiare circoscritto nel tempo e nello spazio, allietato da trovate simpatiche come gli avventori che entrano nel locale per sfuggire alla tempesta di neve o la sfilata di moda sul bancone, o intervallato da presenze meno coerenti come due bimbi vestiti da chierichetti o un gruppo di suore.

Esso fa da sfondo al dramma eterno che si consuma sul proscenio, dove Bellezza, una giovane donna proprompente dalla chioma biondo platino, si guarda allo specchio e medita: Oggi sono così, “ma pur un dì mi cangerò”. E se Piacere si affanna a convincerla del contrario, a guastare la festa ci pensano Tempo e Disinganno con la loro risposta ineluttabile: tutto è caduco, meglio redimersi fin che si è in tempo. A fare da trait d’union tra tempi moderni e assenza di tempo, oltre agli avventori che comunque a tratti interagiscono con le Allegorie, è lui, Handel in persona, che compare in abiti settecenteschi e parruccone suonando l’organo (che proviene invero dal golfo mistico) durante l’omaggio (allusione erotica?) che il cardinale Pamphilij, forse invaghitosi del giovane compositore, gli dedicò sui versi “Un  leggiadro giovinetto, / bel diletto / desta i suono lusinghier”. Abbattute e normalizzate le barriere, unico appiglio resta la Musica, con la sua scultorea ed eterna bellezza, a ricordarci “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” e l’infinita vanità del tutto.
Sul piano musicale, l’esecuzione scaligera si segnala per almeno due ragioni. La prima: la creazione da parte di Diego Fasolis, appositamente per questa occasione, di un’orchestra su strumenti storici che sarà destinata, da qui ai prossimi anni, a portare al Piermarini almeno un’opera barocca a stagione (finalmente!). La seconda: l’esecuzione stessa, pregevole per la varietà del timbro e la qualità dell’organico, capace di esaltare i variegati e multiformi colori di una partitura non facile e sicuramente geniale sia per qualità, sia per inventiva, sia per la stupefacente (e rapidissima) assimiliazione di tutti i registri compositivi in uso nell’Italia del tempo.

Nel complesso si sono dimostrati all’altezza della situazione anche i solisti, salutati alla fine con una vera e propria ovazione. Martina Jankovà, soprano svizzero di origine ceca, ha saputo interpretare molto bene la trasformazione progressiva di Bellezza da Marilyn a Maddalena penitente, cogliendone tutte le sfaccettature grazie anche ad un mezzo vocale corposo, duttile e agile. Un po’ più in difficoltà è sembrata Lucia Cirillo: il suo Piacere è stato tratteggiato in maniera elegante ed efficace, ma quanto a volume non ha retto in maniera omogenea il grande sforzo richiesto dalla partitura, tanto che nell’ultima terribile aria di tempesta, “Come nembo”, è parsa in difficoltà con la tenuta dei fiati e imprecisa in alcune colorature. Apprezzabilissima come sempre è stata Sara Mingardo, voce magnetica dai gravi rotondi e bruniti, che ha confermato ancora una volta (semmai ce ne fosse bisogno) la sua statura di interprete barocca di riferimento. Chiude il quartetto Leonardo Cortellazzi, un Tempo sicuramente corretto ma forse un po’ algido per risultare appieno coinvolgente.

Da Classicaonline.

venerdì 6 novembre 2015

MILANO / Chailly nuovo direttore principale della Filarmonica della Scala

MILANO - Il Cda della Filarmonica della Scala ha nominato Riccardo Chailly Direttore Principale dell’orchestra. L’incarico mancava da dieci anni. Chailly dirige il concerto d’inaugurazione stagione e la Prova Aperta per la città. In programma musiche di Maderna e Rachmaninov. Il violinista Julian Rachlin interpreta il concerto di Stravinskij
Il Cda della Filarmonica della Scala ha nominato ieri, giovedì 5 novembre 2015, Riccardo Chailly Direttore Principale della Filarmonica della Scala. Lunedì 9 novembre 2015 Chailly assume la direzione principale dell’orchestra e il concerto inaugurale della Stagione Filarmonica segna l’inizio di una nuova era: dopo l’annuncio del termine anticipato degli impegni con l’orchestra del Gewandhaus di Lipsia, l’incarico assume un particolare significato nel rapporto tra Riccardo Chailly e l’orchestra e inaugura un nuovo percorso tra cicli sinfonici, progetti discografici, concerti a Milano e tournée.
“Ritengo che la Filarmonica sia parte di un progetto a cui tengo molto per i prossimi anni.”-  ha detto Chailly - “Per dare visibilità internazionale all’orchestra c’è bisogno di riconoscersi in grandi progetti. Abbiamo cercato uno spazio idoneo a Milano per incidere con l’orchestra e da li partirà un percorso discografico affiancato alle presenze internazionali. Saremo all’estero con due programmi da concerto, uno dedicato al repertorio italiano, l’altro internazionale. Desidero affrontare la musica di Rachmaninoff, in un ciclo che comprende le Danze sinfoniche, la sinfonia giovanile e le tre sinfonie, e tutto il grande repertorio russo, dapprima Šostakovič, in un ciclo condiviso con gli altri direttori ospiti della stagione. Non mancheranno Brahms e Schumann.”
“L’incarico al Maestro Chailly arriva a coronamento di legami molto forti” - ha ribadito Ernesto Schiavi direttore artistico – “l’accordo tra noi raggiunto è l’atto finale di un lavoro di programmazione e pianificazione condivisa che riguarda l’attività dell’orchestra da ora ai prossimi tre anni. È un accordo che non ha precedenti nella storia della Filarmonica e testimonia una lavoro di progetti già avviati. L’incarico serve a suggellare un progetto di condivisione e comunione di obbiettivi.”
Con l’arrivo di Chailly l’orchestra torna protagonista in Europa nei prossimi anni e a partire da agosto 2016 sarà impegnata in una tournée di concerti che fa tappa in città significative come Vienna, Salisburgo, Baden Baden e alla nuova Philharmonie di Parigi, con due solisti d’eccezione: Daniil Trifonov e Martha Argerich. Chailly dirigerà l’orchestra a Gstaad (21 agosto, Festivalzelt),Salisburgo (22 agosto, Großes Festspielhaus), Linz (23 Settembre, Brucknerhaus), Essen (24 Settembre, Philharmonie), con Daniil Trifonov sarà a Dortmund (25 Settembre, Konzerthaus),Luxembourg (26 Settembre, Philharmonie), Hamburg (28 Settembre, Konzertsall), Baden Baden (30 Settembre, Festpielhaus), infine a Vienna (1 ottobre, Muskverein) e con Martha Argerich per il debutto alla Philharmonie di Parigi (2 ottobre).

Dal debutto nel 1991 con la Nona Sinfonia di Mahler, Riccardo Chailly ha diretto 70 concerti con la Filarmonica della Scala e si colloca quinto nella classifica dei direttori più assidui dopo Riccardo Muti (370 concerti), Carlo Maria Giulini (93), Myung-Whun Chung (80) e Lorin Maazel (70). Ha guidato l’orchestra in numerose tournée tra le quali spicca il trionfale tour negli USA nel 2007 e una discografia coronata dal campione di vendite “Viva Verdi”. Dal 2013 Chailly dirige l’orchestra per l’annuale Concerto per Milano in Piazza Duomo.



Il concerto d’inaugurazione

Il programma che Chailly dirige al Teatro alla Scala nella serata inaugurale della Stagione 2015-2016 mostra un contatto diretto fra tre compositori distanti cronologicamente: Bruno Maderna, con l’Introduzione e Passacaglia Lauda Sion Salvatorem, lavoro della giovinezza in cui appare con forza la citazione liturgica densa di richiami storici, emotivi e poetici, accostato a Sergej Rachmaninov, con la Sinfonia n. 3 in la minore op. 44, prossimo al primo per le citazioni chiare e inequivocabili, trasmesse nella sua ultima fase creativa. Al centro il Concerto per violino dell’altro russo Stravinskij, eseguito in questa occasione dal solista Julian Rachlin. 
Rachlin, già ospite giovanissimo a Milano con Sawallish, nel 1993 e nel 1997, torna a esibirsi al Teatro alla Scala dopo essere stato protagonista dei concerti della Filarmonica in tournée a Linz e Stoccarda con Harding nel 2011 e un’intensa attività concertistica internazionale negli ultimi anni, compresa la recente tournée con Riccardo Chailly e il Gewandhaus di Lipsia. La Terza Sinfonia torna sui leggii dell’orchestra dopo il concerto del 2007 diretto da Lorin Maazel con un programma interamente dedicato a Rachmaninov.
La sera precedente il concerto, domenica 8 novembre alle 19.30, Chailly dirige la Prova Aperta gratuita dedicata alla città e guida il pubblico all’ascolto del programma. Gli inviti per la serata sono distribuiti dall’Assessorato alle Politiche Sociali del Comune di Milano e riservati agli utenti dei Servizi Sociali.

Domenica 8 novembre ore 19.30, Prova Aperta
Lunedi 9 novembre ore 20, Concerto d’inaugurazione
Teatro alla Scala

Filarmonica della Scala
Riccardo Chailly, direttore
Julian Rachlin, violino*

Bruno Maderna, Introduzione e Passacaglia Lauda Sion Salvatorem
Igor Stravinskij, Concerto per violino
Sergej Rachmaninov, Sinfonia n. 3 in la minore op. 44

* Rachlin non sarà presente alla Prova Aperta

Informazioni

I biglietti sono in vendita sul sito www.geticket.it a partire dal 9 ottobre. Eventuali rimanenze saranno in vendita a partire dal giovedì precedente il concerto presso l’Associazione Orchestra Filarmonica della Scala, Piazza Diaz, 6, dalle ore 10.00 alle ore 17.00 fino ad esaurimento.
Prezzi: Posto unico Platea € 105,00; Palco € 85,00/65,00; I Galleria € 25,00; II Galleria € 15,00; Ingressi € 5,00.


Riccardo Chailly
Riccardo Chailly è Direttore Principale del Teatro alla Scala dal gennaio 2015.
Nato a Milano, ha compiuto gli studi musicali nei Conservatori di Perugia, Roma e Milano, perfezionandosi all’Accademia Chigiana di Siena ai corsi di Franco Ferrara. Il primo incarico da Direttore Musicale gli è stato conferito dal Radio-Symphonie-Orchester di Berlino dal 1980 al 1988. Nel 1988 Chailly ha assunto la carica di Direttore Principale dell’Orchestra del Royal Concertgebouw di Amsterdam, incarico mantenuto per sedici anni. Allo stesso tempo è stato Direttore Musicale del Teatro Comunale di Bologna e dell’Orchestra Sinfonica Giuseppe Verdi di Milano. Nel 2017 si concluderà, dopo 12 anni, il suo impegno come Kapellmeister del Gewandhausorchester di Lipsia, la compagine sinfonica più antica d’Europa.
Dirige regolarmente le maggiori orchestre sinfoniche europee: Wiener Philharmoniker, Berliner Philharmoniker, Symphonieorchester des Bayerischen Rundfunks, London Symphony Orchestra, Orchestre de Paris. Negli Stati Uniti ha diretto New York Philharmonic, Cleveland Orchestra, Philadelphia Orchestra e Chicago Symphony Orchestra.
Dall’agosto 2016 succederà a Claudio Abbado come Direttore Musicale dell’Orchestra del Festival di Lucerna.
In campo operistico ha collaborato regolarmente con i maggiori teatri: oltre alla Scala, il Metropolitan di New York, la Lyric Opera di Chicago, l’Opera di San Francisco, il Covent Garden di Londra, la Bayerische Staatsoper di Monaco, la Staatsoper di Vienna, l’Opera di Zurigo. È presente con regolarità nei principali festival internazionali tra cui Salisburgo, Lucerna e i Proms di Londra.
Da trent’anni Riccardo Chailly è artista esclusivo Decca. L’incisione delle Nove Sinfonie di Beethoven con il Gewandhaus gli è valsa il prestigioso premio Echo Klassik come Miglior Direttore del 2012. Nel 2013 sono stati pubblicati, tra l’altro, l’integrale delle Sinfonie di Brahms con il Gewandhaus, che ha vinto il Gramophone Award come Disco dell’Anno, e Viva Verdi, realizzato con la Filarmonica della Scala in occasione del bicentenario verdiano, che si è imposto come CD classico più venduto in Italia nel 2013.
Riccardo Chailly è Grand’Ufficiale della Repubblica Italiana e membro della Royal Academy of Music di Londra. Nel 1998 è stato nominato Cavaliere di Gran Croce della Repubblica Italiana; nello stesso anno la Regina dei Paesi Bassi lo ha insignito del titolo di Cavaliere dell’Ordine del Leone d’Olanda.  Nel 2011 Riccardo Chailly è stato nominato Officier de l’Ordre des Arts et des Lettres dal Ministro della Cultura francesce Frédéric Mitterand.


Julian Rachlin
Nato in Lituania nel 1974, Julian Rachlin ha studiato violino con Boris Kuschnir al Conservatorio di Vienna e con Pinchas Zukerman ed è tra i più stimati violinisti della sua generazione.
Tra gli impegni più recenti si segnalano quelli con la Filarmonica di Monaco e Lorin Maazel, la Mariinsky Orchestra e Valery Gergiev, la London Philharmonic e Andrey Boreyko, la Bavarian State Orchestra con Zubin Mehta e Kirill Petrenko. Lo scorso febbraio ha preso parte come solista alla tournée europea con la Leipzig Gewandhaus Orchestra diretta da Riccardo Chailly; nel marzo 2015 ha suonato in Cina con la China Philharmonic, la Shanghai Symphony e la Guanzhou Symphony con Long Yu. Durante la residenza al Musikverein di Vienna, si esibito nel concerto inaugurale della stagione 2014/2015 con i Munich Philharmonic e Semyon Bychkov, ha diretto l’English Chamber Orchestra e suonato in trio con Mischa Maisky e Daniil Trifonov.
Tra gli altri impegni si segnalano i concerti con la Boston Symphony Orchestra e Asher Fisch, la St. Petersburg Philharmonic e Yuri Temirkanov, la Philharmonia Orchestra e Vladimir Ashkenazy, l’Orchestre National de France e Daniele Gatti.
Nel 2012 ha eseguito in prima mondiale il Concerto doppio di Krzysztof Penderecki al Musikverein di Vienna, con Janine Jansen e la Bavarian Radio Symphony Orchestra sotto la direzione di Mariss Jansons. Il brano, di cui Rachlin è dedicatario, è stato commissionato dal Musikverein.
In veste di direttore si è esibito con l’Orchestra Filarmonica Ceca, la Filarmonica di Israele, la Royal Northern Sinfonia, l’Orchestre Philharmonique de Nice, i Moscow Virtuosi, la Zurich Chamber Orchestra e l’Orchestra della Svizzera Italiana.
All’età di quattordici anni ha vinto il Premio Young Musician of the Year all’Eurovision Competition ad Amsterdam. È stato il più giovane solista a esibirsi con i Wiener Philharmoniker, debuttando sotto la direzione di Riccardo Muti. Nel 2010 è stato nominato UNICEF Goodwill Ambassador per il suo impegno filantropico di volontariato e per i suoi risultati in campo educativo.
Rachlin affianca all’attività di strumentista quella di direttore d’orchestra. Nella stagione 2015/2016 assumerà il ruolo di Direttore Ospite Principale della Royal Northern Sinfonia.
Julian Rachlin registra per Sony Classical, Warner Classics e Deutsche Grammophon.
Suona uno Stradivari "ex Liebig" del 1704.

venerdì 23 ottobre 2015

MILANO / Alla Scala un Falstaff irresistibile e di gran classe

Ovazioni per il capolavoro verdiano, penultimo titolo della maxi stagione Expo.
Sul podio Gatti, mattatore assoluto il baritono Nicola Alaimo
di Elena Percivaldi

Applausi e ovazioni per tutti e un trionfo meritato per il “Falstaff” di Giuseppe Verdi, penultimo titolo della gigantesca stagione Expo del Teatro alla Scala. E un grande ritorno per Daniele Gatti che, dopo la contestata Traviata che aveva aperto due stagioni fa, si è riconciliato con pubblico e critica con una prestazione davvero maiuscola. Ha contribuito al successo, e non poco, la messa in scena di Robert Carsen, che riprende quella già proposta nel 2013 (allora sul podio c’era Daniel Harding: questa è una coproduzione Scala, Royal Opera House di Londra, Canadian Opera Company di Toronto, Metropolitan di New York e De Nationale Opera di Amsterdam) in maniera assolutamente irresistibile. La vicenda è nota. Falstaff, anziano e grasso esponente della nobiltà inglese in piena decadenza, cerca di sedurre le borghesi arricchite Alice Ford e Meg Page ma viene scoperto e alla fine gabbato. La vicenda, tratta da Shakespeare (Le allegri comari di Windsor e in misura minore Enrico IV) è liberamente adattata da un Arrigo Boito in stato di grazia con un libretto di debordante ironia e comicità. Queste doti sono a loro volta esaltate da una partitura  incalzante, energica, frizzante: il miracolo estremo di un compositore che a ottant’anni suonati (la prima è alla Scala, nel febbraio 1893) non ha timore di mettersi in gioco e anzi si dimostra straordinariamente capace di sperimentare e di innovare più e meglio di tanti altri con meno primavere sulle spalle.
Carsen sceglie di ambientare la vicenda, originariamente collocata nel XV secolo,  nella Londra degli Anni Cinquanta. Alla nobiltà ormai vetusta e in irreversibile declino è contrapposta (anche grazie agli splendidi costumi di Brigitte Reiffenstuel)  l’arrembante Middle Class, dotata di scarsa classe ma in fase di poderosa ascesa dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. A entrambi importa solo il denaro. E sullo sfondo delle scene (magnifiche) di Paul Steinberg che richiamano per gli esterni gli ambienti di caccia (Windsor è, appunto, tenuta di caccia) e per gli interni i tipici salotti inglesi, si consuma una commedia frizzante e irresistibile che punta molto sulle capacità attoriali dei protagonisti, esaltate dal pubblico che risponde con frequenti risate.  Né mancano anche momenti di profonda e malinconica meditazione, come l’inizio del terzo atto, in cui Falstaff rampogna sul cinismo del mondo in compagnia di un cavallo che rumina la sua biada. La morale, comunque, resta sempre quella:  «Tutto nel mondo è burla. / L’uom è nato burlone», e quindi tutti quanti, spettatori compresi, risultano gabbati dalla vita: l’unica cosa da fare è riderci sopra e stare al gioco.
Lo spettacolo è, sotto tutti gli aspetti, pienamente riuscito. Se sul piano teatrale è risultato come detto di grande godibilità ed efficacia, su quello musicale non ha deluso le aspettative. Gatti ha dato della partitura una lettura dinamica, trasparente e pulita, dipingendo in maniera eccellente tanto i momenti energici e frizzanti quanto quelli più notturni e meditativi. All’ottima prestazione di direttore e orchestra ha corrisposto un’altrettanto esaltante interpretazione da parte dei cantanti, tutti perfetti e a loro agio nelle rispettive parti. Nicola Alaimo è stato un Falstaff monumentale. Dotato di presenza scenica strabordante, il baritono palermitano ha confermato di possedere mezzi vocali di tutto rispetto e una capacità attoriale di primissimo ordine, tratteggiando un Sir John opulento, ironico, spiritoso ma mai grottesco, e riuscendo a dare rara profondità e credibilità ai momenti meditativi e di rampogna. Il pubblico lo ha premiato con una vera e propria ovazione. Altrettanto efficaci, sia singolarmente che nei momenti di insieme, le comari di Windsor: Eva Mei (Alice), Laura Polverelli (Meg) e soprattuttoMarie-Nicole Lemieux (Mrs. Quickly). Di quest’ultima non si può non sottolineare, oltre alla voce piena e possente, la verve comica che si esalta soprattutto nei dialoghi con Sir John (esilaranti le riverenze e gli ammiccamenti) e nella scena corale del Quadro II, quella della cesta. Da segnalare anche la Nannetta di Eva Liebau,  tanto graziosa e leggera quanto appassionato e accorato è il “suo” Fenton interpretato da Francesco Demuro.  Notevole il Ford di Massimo Cavalletti, dotato di voce piena, garbo (ed eleganza, anche quando finge di essere il grottesco signor Fontana) e ottima presenza scenica.  Corretti, briosi e divertenti sia il Bardolfo di Patrizio Saudelli  che il Pistola di Giovanni Battista Parodi, e pedante il giusto (ma risulta comunque simpatico) il Dottor Cajus di Carlo Bosi. Ottimo, ma non è certo una novità soprattutto trattandosi di Verdi, il coro diretto da Bruno Casoni. Alla fine, strameritati applausi per tutti.
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giovedì 24 settembre 2015

MILANO / Un Elisir che piace alla Scala


Successo per il capolavoro donizettiano con un Vittorio Grigolo in forma smagliante.
Incantano ancora le scene e costumi di Tullio Pericoli, che hanno la forza del classico

Fiabesco, leggero e ironico:
l'Elisir che fa bene alla Scala

di Elena Percivaldi


Che l'Elisir d'amore di Gaetano Donizetti sia opera solo apparentemente tutta giocosa è un dato assodato. Molti sono i momenti in cui il grande compositore bergamasco si discosta dai luoghi comuni del genere, fissato da poco in forma definitiva e imperitura da Rossini, e li supera a cominciare dal trattamento dei personaggi di Adina e Nemorino: figura poliforme e polifonica la prima (che pur appartenendo alla classe dei rustici se ne discosta per cultura e capacità di dialogare allo stesso livello con il militare e il dottore, seducendoli e soggiogandoli con la sua ironia), “idiota” in formazione il secondo (che da spasimante ingenuo e bamboccione cresce via via acquisendo consapevolezza e introspezione fino al coronamento finale). Vi è poi una non troppo velata critica contro l'abitudine diffusa di decretare il successo solo in virtù dell'appartenenza sociale e del denaro (e relativa finzione dei sentimenti). Ancora, il tema dell'amore nobile ed elevato non come esclusiva prerogativa della nobiltà e dell'alta borghesia, ma proprio anche dei “rustici”. Infine la volontà di indagare il tema dell'illusione come bisogno intrinseco dell'essere umano, che spiega il successo dei ciarlatani di tutti i tempi, dai venditori di elisir di una volta agli imbonitori tv di oggi. Chiave e cerniera di tutto ciò è Dulcamara, la macchina dinamica che indirettamente (l'elisir è solo un effetto placebo) svela le cose come stanno e agendo consente suo malgrado il trionfo finale dei valori positivi di costanza e onestà: Adina è da sempre innamorata di Nemorino e solo quando sta per perderlo decide di uscire dagli indugi e dichiararsi, sconfessando la sua volubile civetteria vinta com'è dalla nobiltà d'animo e dalla sincerità dei sentimenti del giovane spasimante. Rimane nello stereotipo, in questo caso grottesco, solo il soldato Belcore, sempiterna macchietta del “miles gloriosus” popolare nella commedia sin da tempi di Plauto.


L'ascolto di questo gioiello del teatro ottocentesco non è mai quindi pura ripetizione di cliché fini a se stessi, ma dona – se ben eseguita e rappresentata – spunti di riflessione sulla poetica del compositore, estremamente raffinata anche nel genere “popolare”, specie se in pieno accordo con un libretto felice come questo di Felice Romani, superiore di molto all'originale di Scribe da cui la piéce è tratta. Ed è stato il caso della recita scaligera (abbiamo assistito alla seconda) che tornava in Teatro dopo l'allestimento (coraggioso ma premiato da grande successo di pubblico) all'aeroporto di Malpensa e proposto anche in tv da Rai 5. Una messa in scena nel complesso (salvo qualche incertezza iniziale) ben eseguita, coinvolgente, ironica e dominata dalla prorompente personalità di un tenore, Vittorio Grigolo, la cui capacità di stregare il pubblico sia con la voce sia come animale da palcoscenico è ormai ampiamente riconosciuta. Ma di lui si dirà tra poco.
Il trionfale successo della serata (nei report della “prima” si legge invece di fischi che sembrerebbbero a questo punto ingiustificati) è stato aiutato dalle scene e dai costumi dell'artista Tullio Pericoli (ormai classici: ideati per l'Opera di Zurigo nel 1995, rielaborati nel '98 e ripresi nel 2001, incantano però di nuovo), che ha trasposto la vicenda in una sorta di villaggio disneyano bidimensionale dai toni fiabeschi e sognanti, un po' naif forse ma leggeri, divertenti e suggestivi. La sua lettura è stata assecondata dalla regia di Grischa Asagaroff che ha puntato molto sugli interpreti, tra i quali come capacità di attore hanno brillato, oltre a Grigolo, il bravo Michele Pertusi nei panni di un irresistibile Dulcamara e il suo aiutante Jan Pezzali.
E veniamo alla parte musicale. Fabio Luisi ha diretto in maniera pulita una partitura dinamica e certo non semplice soprattutto nella scelta di alcuni tempi (e infatti in una o due occasioni si è registrata una lieve sfasatura con la parte cantata). Tuttavia la prova è risultata a nostro giudizio positiva ed efficace nell'evidenziare i vari “mood” dell'opera, ora ironici, ora sognanti, ora introspettivi Splendida in particolare ci è parsa la resa, sospesa e fuori dal tempo, della celebre romanza di Nemorino: voluta quasi come momento a parte, alludendo forse alla nota questione dell'introduzione forzata del pezzo inizialmente non previsto nel testo del libretto.
Vittorio Grigolo
Per quanto riguarda le voci, applauditissimo e a ragione è stato Vittorio Grigolo: in effetti la sua è una vocalità prorompente che, accoppiata a un'esuberanza scenica notevole (che, come si è già detto altrove, a volte può anche risultare affettata e sopra le righe), dona a Nemorino una personalità di tutto rispetto e senza penalizzare le sfumature. Egli rende bene il passaggio dall'incontenibile e ingenua energia giovanile del primo atto alla progressiva maturazione e presa di coscienza del secondo, ritagliando nella celebre “Furtiva lacrima” un gran bel momento di introspezione dolente, tutto pianissimi e smorzati: davvero un'esecuzione suggestiva e di grande impatto, travolta meritatamente dall'ovazione.
Nel complesso discreta la prova di Eleonora Buratto. La sua Adina è stata scenicamente ben interpretata - maliziosa quanto basta, ammiccante, in alcuni momenti anche altera -, ma vocalmente è risultata alterna. Il timbro è bello e pieno, ma l'emissione non sempre perfettamente controllata. Così accade anche che si senta poco nelle note gravi, mentre gli acuti viceversa siano voluminosi ma fissi e non sempre armoniosi, giungendo ai confini dello strillo.
Discorso simile per il Dulcamara di Michele Pertusi. Sul palco ha reso magistralmente il personaggio gigioneggiando il giusto e risultando molto divertente nel siparietto della gondoliera (in cui anche la Buratto ha dato il meglio di sé sul piano attoriale). Dal punto di vista vocale però è sembrato incerto all'inizio, con emissione un po' fiacca e volume scarso: ma scaldati i motori ha poi condotto la prova da par suo in crescendo, risultando alla fine con Grigolo il più gradito dal pubblico. Non pienamente soddisfacente invece la prestazione di Mattia Olivieri, che ha mostrato qualche difficoltà di troppo nei passaggi di agilità e nei gravi ci è sembrato non sufficientemente profondo e pure un po' spento. Buona, infine, la Giannetta di Bianca Tognocchi, dotata di bella voce chiara e intonata. E buono come sempre il coro di Bruno Casoni.



LOCANDINA

Adina Eleonora Buratto
Nemorino Vittorio Grigolo
Belcore Mattia Olivieri
Il Dottor Dulcamara Michele Pertusi
Giannetta Bianca Tognocchi
Accompagnatore di Dulcamara Jan Pezzali
Il trombettiere Mauro Edantippe
Fortepiano Paolo Spadaro
Regia Grischa Asagaroff
Scene e Costumi Tullio Pericoli
Luci Hans-Rudolf Kunz
Direttore Fabio Luisi