Musica

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venerdì 9 gennaio 2015

I Teatri milanesi esprimono solidarietà a Charlie Hebdo

RICEVIAMO E PUBBLICHIAMO, CONDIVIDENDO OGNI PAROLA


Di fronte alla inaudita barbarie, all’odio insensato, al vile omicidio, rivendichiamo con la forza della cultura la libertà, il confronto critico d’idee, tutti i valori che sono una conquista della nostra civiltà e che debbono essere difesi ogni giorno con determinazione e fermezza.

Ferdinando Bruni, Elio De Capitani, Fiorenzo Grassi, Teatro Elfo Puccini
Massimo Collarini, Presidente Fondazione I Pomeriggi Musicali
Luigi Corbani, Direttore de laVERDI di Milano
Sergio Escobar, Direttore del Piccolo Teatro di Milano/Teatro d’Europa
Alexander Pereira, Sovrintendente del Teatro alla Scala di Milano
Ernesto Schiavi, Direttore Artistico della Filarmonica della Scala
Andrée Ruth Shammah, Direttore del Teatro Franco Parenti

mercoledì 17 dicembre 2014

SCALA / Fidelio in chiaro e scuro, ma sempre inno alla Libertà e alla Salvezza

Successo per il capolavoro di Beethoven che inaugura la Stagione scaligera


credit Brescia/Amisano Teatro alla Scala
Di Elena Percivaldi

Un Fidelio grigio, cupo, nel tempo ma contemporaneamente fuori dal tempo. Con un'umanità abbruttita, schiantata dalla tirannide e dagli abusi del potere, che si contorce al buio nelle viscere della terra. E la cui speranza di vedere la Luce, momentaneamente concessa, viene beffardamente e subito infranta. Occorre attendere la redenzione finale, che avviene grazie a un'eroica donna. Una guerriera nel nome dell'Amore. Non staremo a scrivere l'esegesi del capolavoro di Ludwig van Beethoven, perché è già stato fatto e in ben altre sedi. Il profano può ritenere curioso che a scrivere questa apoteosi dell'amore coniugale sia stato un compositore “misogino”, e che per giunta non si è mai sposato. Ma è una curiosità dettata da un approccio superficiale da salotto tv. Perché in realtà Ludovicovan, come tutti sanno, misogino non fu affatto. Amava le belle donne, aveva molte muse, le corteggiava con discrezione e con molte di loro ebbe relazioni, e non solo platoniche. Anche il mito della sua “verginità”, fatto circolare ad arte dal suo primo biografo Schindler, era - appunto – soltanto un mito. E Fidelio è l'apoteosi di questo: della Donna come vettore di Sapienza e di Salvezza, dell'Uomo che si affranca dalle catene della schiavitù dettata dall'inettitudine e dall'ignoranza (grazie alle quali il potere sguazza, ahinoi con quanta attualità!), dell'Amore come forza che vivifica il Mondo e che si fa incarnazione dello Spirito. Tutte cose che sarebbero piaciute, e tanto, a un certo Richard Wagner, e che fanno di questa sublime opera ben più che quell'ibrido di canto sporadico inserito in mezzo a dialoghi in tedesco (Singspiel). E' uno strumento di riflessione ed elevazione. Al pari di un inno religioso. Forse persino di più. Capire e far capire questo sarebbe la prima, vera conquista da ottenere volendo riproporre oggi Fidelio agli ascoltatori, anche sedicenti esperti. E respirare una boccata di ossigeno dopo il degrado visto intorno alla Prima che ha inaugurato la Stagione della Scala nell'anno di Expo, dove vip coatti e incartapecoriti e pseudo signore bene hanno fatto una figura a dir poco agghiacciante – guardate il simpatico video di Youmedia (http://youmedia.fanpage.it/video/ab/VInMYuSwUP-7gZzA) – confondendo gli acuti di Leonore con i singulti di una pornostar tedesca, e alcuni interpreti con i protagonisti di noti Manga giapponesi. Roba da interdizione a vita (con ignominia) da qualsiasi teatro di quartiere, figuriamoci il Tempio della Lirica.
Ma lo spazio è tiranno quindi diremo brevemente dell'allestimento (si recensisce la replica del 16 dicembre) con annessi e connessi. La lettura registica fatta da Deborah Warner, pur non convincendoci del tutto per via di alcune prosaicità del tutto gratuite (Mocio vileda operativo con detersivo manovrato da Leonore/Fidelio, panni stesi ovunque, Marzelline che stira on stage scansando civettuola le avances del borgataro Jaquino) ha però nel complesso intrigato senza dissacrare a tutti i costi in nome della dittatura del Regietheatre e dei suoi plaudenti reggicoda, che infestano ormai quasi tutti i Teatri d'opera del globo (Scala compresa, vedi la sciagurata Traviata dell'opening dello scorso anno). La regista inglese, già cimentatasi nel capolavoro beethoveniano a Glyndebourne nel 2001, sceglie di mettere in scena invece di un carcere strictu sensu una fabbrica dismessa e in rovina, resa ancora più cupa dalle luci bicromatiche (chiare/scure) di Jean Kalman. Ma a ben vedere, con il suo squallore e la sua disumanità, la fabbrica dismessa è un carcere, dell'estetica e dell'anima, anche quello. Le scene e i costumi, contemporanei ma generici e comunque tutto sommato non brutti, sono di Chloe Obolensky.
Per la parte musicale, partiamo dalla decisione di Daniel Barenboim di aprire con la Leonore n. 2 e non con l'ouverture prevista da Beethoven nella versione finale dell'opera: opzione discutibile, ma che chiarisce subito che la lettura fatta dal maestro non è “neoclassica” ma “romantica”. Quindi basata sul contrasto titanico tra principi opposti (il Bene e il Male?). Dalla contrapposizione Tesi e Antitesi alla fine non emerge però una hegeliana Sintesi ma tutto è risolto in una sorta di magma primordiale. Il suono viene di conseguenza: sbuffi di potenza improvvisi, grande maestosità sinfonica, timbrica a volte (corni) sopra le righe. Quello che difetta sono le sfumature cameristiche che pure ci dovrebbero essere (non dimentichiamo che dietro all'elaborazione c'è un certo Mozart...), col risultato che l'enfasi, a volte, risulta decisamente troppa.
Veniamo agli interpreti. La perla della serata è stata Anja Kampe, autrice di una prova maiuscola. La sua vocalità imponente, la passione che trasudava da ogni sillaba e da ogni gesto l'ha resa una Leonore davvero eroica e di gran peso. Il suo personaggio ha subìto, con lei sulla scena, una vera e propria trasformazione: virago muscolare quando veste i panni di Fidelio fingendosi uomo, via via nel proseguire della trama fa emergere invece la sua autentica (e mai sopita) femminilità stemperandola in momenti di fiera nobiltà e infinità dolcezza. Ha grande fascino, la Kempe, in questo ruolo che fu a suo tempo dell'ammaliante Wilhelmine Schroeder-Devrient. E lei lo veste anche stavolta (come le oltre settanta precedenti) a meraviglia.
Alla prima del 7 dicembre Klaus Florian Vogt aveva destato molte perplessità ed era apparso dal punto di vista vocale e intepretativo decisamente sottotono. In questa replica invece è parso in migliore forma. Certo non è – ma lo si sapeva giù prima! - quell'Heldentenor che si è imposto nella prassi per questo ruolo perché ha una voce leggera e chiarissima, quasi angelica. Il suo Florestan lascia sullo sfondo i tratti più cupi, romantici e tormentati del personaggio per enfatizzarne la nobiltà e l'innocenza, violate entrambe e umiliate dalla spietata ingiustizia del potere. Interessante lettura, anche se non particolarmente originale, comunque non ci è dispiciuta.
Per quanto riguarda l'Antagonista, Don Pizzarro, Falk Struckmann ha dato come attore ottima prova di sé incarnando molto bene la malvagità assoluta (e la doppiezza) del personaggio, cui ha donato tratti davvero mefistofelici. Però vocalmente ci è parso in difficoltà e sottotono, soprattutto nell'emissione, e ha dato la sensazione più di una volta di non riuscire a “tenere”.
Ovazione per Kwangchul Youn, che ha tratteggiato un Rocco corretto dal punto di vista vocale e che drammaturgicamente è riuscito persino a rendere simpatico quello che solitamente è un capocarceriere asservito al potere e non scevro da abiezioni, quindi un pendaglio da forca. La sua “figliola” Marzelline, ovvero Mojca Erdmann, è graziosissima, con questi costumi sembra ancora più giovane di quello che è (classe 1975, ma qui le daresti vent'anni o poco più), però vocalmente è troppo leggera e flebile, negli ensemble sparisce e in certi momenti, anche da sola, praticamente non si sente. Menzione infine per il Jaquino di Florian Hoffmann, il primo prigioniero di Oreste Cosimo e il secondo prigioniero di Devis Longo, tutti corretti ma niente di più. Grande invece Peter Materi, che nel suo brevissimo cameo ha letteralmente scolpito nella roccia, con la sua vocalità poderosa e presenza scenica monumentale, un Don Fernando nobilissimo e di grande classe. Encomiabile, al solito, il coro diretto da Bruno Casoni. Chiude così ufficialmente l'era Lissner, e si apre quella Pereira. Applausi per tutti, e soprattutto per Barenboim che, travolto dalle ovazioni, da Milano non poteva davvero accomiatarsi meglio.

lunedì 15 dicembre 2014

ROMA / Torna la rara "Giuditta" di Scarlatti


La Giuditta (1697) oratorio capolavoro di Alessandro Scarlatti,
in una rara esecuzione giovedì 18 dicembre al Teatro Olimpico
per la stagione della Filarmonica Romana.
Alessandro Quarta dirige il Concerto Romano, ensemble specializzato nel repertorio antico,
con le voci soliste di Francesca Aspromonte, Hilary Summers e Luca Cervoni.
Il concerto verrà registrato da Rai Radio3 per successive trasmissioni
radio3


Roma, 15 dicembre 2014 – Vicende di guerra e di violenza, di passioni e di esaltazione mistica si intrecciano nella Giuditta di Alessandro Scarlatti, libretto di Antonio Ottoboni, capolavoro che rappresenta la punta di diamante del ricco corpus di composizioni che il musicista ha dedicato al genere dell’oratorio e che l’Accademia Filarmonica Romana ospita come ultimo concerto del 2014 giovedì 18 dicembre al Teatro Olimpico (ore 21). L’esecuzione – registrata da Rai Radio3 per successive trasmissioni – sarà affidata a Concerto Romano, ensemble italiano specializzato nel repertorio antico, con una particolare attenzione a quello romano del Seicento, dal 2009 presente e applaudito in molte stagioni concertistiche in Italia, Germania ed Austria. Fondato e diretto da Alessandro Quarta, Concerto Romano è affiancato per quest’occasione da tre voci di prestigio internazionale, particolarmente apprezzate nell’interpretazione della musica dei Seicento: sono il soprano Francesca Aspromonte (Giuditta), il contralto Hilary Summers (Nutrice) e il tenore Luca Cervoni (Oloferne).

Di Giuditta si conoscono due versioni, la prima del 1693 e il lavoro che si ascolterà in questo concerto, la Giuditta detta “di Cambridge”, del 1697 il cui manoscritto è conservato presso la Rowe Music Library del King’s College di Cambridge. Quest’ultima, a confronto con la precedente, testimonia come nell’arco di pochi anni il gusto e le forme utilizzate da Scarlatti si sviluppino e stabiliscano lo standard formale della musica drammatica settecentesca, abbandonando quasi completamente gli stilemi e le forme del ‘600. Dal convenzionale numero di cinque personaggi della precedente versione, si passa ad un numero di tre: Giuditta, la Nutrice e Oloferne, e dal punto di vista drammaturgico questa soluzione minimalista risulta essere uno dei punti di eccezionale forza di questo oratorio, ove l’azione – Giuditta, ricca e bella vedova ebrea che per salvare la città di Betulia e il suo popolo affronta il terribile Oloferne, uccidendolo nel sonno dopo aver banchettato con lui – è condotta sempre in primo piano sui protagonisti, che hanno modo e luogo di esprimere ogni sfumatura del loro carattere: orgoglio, determinazione, fede, paura, seduzione in Giuditta, saggezza, mestiere, fedeltà nella Nutrice, vanagloria e svenevolezza in Oloferne.
“La sinergia fra il libretto di Antonio Ottoboni (veneziano, padre del più famoso Pietro cardinale e mecenate musicale fondamentale della Roma di quegli anni) e il genio di Alessandro Scarlatti, qui oramai maturo, dà luogo ad un vero capolavoro”, così ci introduce alla partitura Alessandro Quarta, che prosegue: “tale e tanta è la coscienza teatrale e l’esperienza ‘narrativa’ scarlattiana, che mai, in nessun punto, l’ascoltatore sente la mancanza della scena, come nell’intensissima aria senza basso continuo di Giuditta ‘Chi m’addita dove sta’, espressione sospesa ed intima di timorosa riflessione di fronte all’azzardo dell’impresa”.

Info: tel. 06-3201752, email promozione@filarmonicaromana.org
Biglietti: 30, 25, 20 euro. Riduzioni per studenti (con la Log-In Music card), scuole e associazioni.
Ufficio stampa: Sara Ciccarelli, cell. 339 7097061, email: uff.stampa@filarmonicaromana.org

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TEATRO OLIMPICO

GIOVEDì 18 DICEMBRE 2014 ore 21



LA GIUDITTA



La Giuditta
oratorio in due parti (Roma 1697)

libretto di Antonio Ottoboni
musica di Alessandro Scarlatti

Giuditta
Francesca Aspromonte soprano

Nutrice
Hilary Summers contralto

Oloferne
Luca Cervoni tenore

Concerto Romano
Paolo Perrone*, Gabriele Politi, Laura Corolla,
Boris Begelmann, Mauro Massa, Lathika Vithanage, Antonio De Sarlo violini
Pietro Meldolesi, Teresa Ceccato viole
Marco Ceccato violoncello
Matteo Coticoni contrabbasso
Francesco Tomasi arciliuto e chitarra
Giovanni Battista Graziadio fagotto
Stefano Demicheli cembalo
Andrea Buccarella organo

Alessandro Quarta direzione e concertazione
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INFO:www.filarmonicaromana.org/

http://

Il CONCERTO ROMANO, creato e diretto da Alessandro Quarta, nasce con lo scopo di dare vita ad un progetto legato al compositore romano Francesco Foggia (1604-1688). La riesumazione della vasta opera di questo compositore ha incontrato un grande favore da parte del pubblico e degli addetti ai lavori. Questo primo passo ha segnato quella che sarebbe stata la linea del gruppo: occuparsi della musica della sua città. Di fatto, a Roma, non esisteva una realtà musicale specifica che si occupasse sistematicamente di quel meraviglioso mondo musicale che è il ‘600 romano. Lo stupore visivo degli affreschi, dei quadri, delle architetture barocche dell’Urbe, possedeva una altrettanto stupefacente controparte sonora, che la storia della musica, dalla decadenza del potere della Chiesa, aveva ricoperto di polvere ed oblio, eccezion fatta per alcuni grandi nomi, come ad esempio Giacomo Carissimi, o Luigi Rossi. Eppure le biblioteche romane traboccano di meraviglie e gemme musicali la cui riscoperta fornirebbe un non piccolo servizio alla storia della musica italiana, e, nello specifico, alla cultura di una città fin troppo nota per gli occhi del mondo, e troppo poco per le orecchie…
L’ensemble è formato da un organico variabile di esecutori, cantanti e strumentisti, specializzati nel repertorio antico. Dopo il grande successo ottenuto nel 2009 nella rassegna Tage Alter Musik Herne in Germania, il gruppo è stato presente in molte stagioni concertistiche in Italia, Germania ed Austria, ottenendo sempre un grandissimo favore di pubblico e critica (fra gli altri: Rheingau Musikfestival, Niedersaechsische Musiktage, Haendel-Festspiele Halle, Haendel-Festspiele Karlsruhe, WDR3 Funkhauskonzerte, Bach-Biennale Weimar in Germania, e Originalklang e Resonanzen della Konzerthaus di Vienna, dove, in gennaio 2015 è in programma la prima in tempi moderni della Serenata a 5 di Alessandro Scarlatti, nella Grosser-Saal).

Alessandro Quarta, direttore e compositore, svolge attività concertistica con particolare attenzione al repertorio vocale Rinascimentale e Barocco. È fondatore e direttore dell’ensemble vocale e strumentale Concerto Romano con il quale si dedica principalmente alla riscoperta del repertorio romano (e più in generale italiano) dei secc. XVI e XVII. L’attività concertistica con questo ensemble ha riscosso ampio favore nel pubblico italiano ed europeo (Fondazione Palestrina, Oratorio del Gonfalone, Tage Alter Musik-Herne, Rheingau Musikfestival, Niedersachsische Musiktage, Handels-Festspiele di Karlsruhe, WDR Funhaus-Konzerte Koeln, Wiener Konzerthaus, ed altri), ottenendo significative recensioni della stampa. Con il Concerto Romano ha inciso due CD per l’etichetta Christophorus, l’ultimo dei quali, Sacred music for the Poor è stato nominato fra i progetti discografici più interessanti del 2014 dalla giuria del Preis der Deutschen Schallplattenkritik.
Nel 2004 è stato direttore ospite del festival operistico Musica nel Chiostro di Grosseto, dove ha diretto la prima italiana dell’Opera seria di L. Gassmann. Dal 2007 al 2012 ha ricoperto la carica di maestro di cappella della Insigne Cappella Musicale del Pantheon, ed è attualmente maestro nella Chiesa di S. Lucia al Gonfalone a Roma.
Dal 2007 è docente di canto madrigalistico presso i corsi internazionali di musica antica della FIMA (Fondazione Italiana per la Musica Antica – Urbino), ove ha inoltre, nel 2013 tenuto una masterclass sull’oratorio romano del ‘600. Sempre nell’ambito didattico ha tenuto, nel 2013, un master di canto d’insieme presso il Conservatorio Licinio Refice di Frosinone. Nel 2014 è direttore ospite del gruppo vocale Ars Nova di Salamanca, e della Hochschule für Musik und Tanz di Colonia, per la quale ha effettuato una masterclass con tre concerti sulla musica sacra romana del secolo XVII, in collaborazione con l’Istituto di Cultura Italiano di Colonia.
Insegna canto scenico presso la Scuola “Fondamenta” di Roma. Svolge attività di ricerca musicologica, incentrando l’attenzione sul repertorio inedito della Scuola Romana dei secoli XVI e XVII. Ha curato un’edizione moderna dell’Oratorio Mestissime Jesu di M. Marazzoli per Analecta Musicologica (DHI, Roma), ed è collaboratore dell’IBIMUS (Istituto Bibliografico Musicale italiano), per il quale ha in preparazione un volume antologico di musiche oratoriane romane. Per il 2015 sarà ospite alla Wiener Konzerthaus (Grosser-Saal) con una serenata inedita di Alessandro Scarlatti.
Ha pubblicato due CD per la casa discografica tedesca Christophorus Records, che hanno ottenuto eccellente riscontro della critica. L’ultimo CD, Sacred Music for the Poor è stato nominato fra i progetti discografici più interessanti del 2014 dalla giuria del Preis der Deutschen Schallplattenkritik.

Francesca Aspromonte nata a Cosenza nel 1991, dopo il pianoforte e il clavicembalo, intraprende lo studio del canto a diciassette anni con il soprano Maria Pia Piscitelli, diplomandosi nel 2014 con il massimo dei voti presso il Mozarteum di Salisburgo, sotto la guida del baritono Boris Bakow. Dal 2012 è allieva dell’Opera Studio di Renata Scotto, Anna Vandi e Cesare Scarton presso l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia.
La sua carriera solistica la porta a esibirsi nei più importanti palcoscenici internazionali come Opéra Royal de Versailles, Parco della Musica di Roma, Bozar di Bruxelles, Opéra National de Montpellier, Opéra de Vichy, Opéra de Reims, WDR Funkhaus Großer Saal di Colonia, etc. Si è esibita nell’ambito di prestigiosi festival tra cui Festival d’Ambronay, Festival di Aix-en-Provence, Musikfest Bremen, Festival Monteverdi-Vivaldi, Spirito della Musica di Venezia, con dirette del Circuito Euroradio per Rai Radio 3, Radio Vaticana, ORF Ö1, WDR Radio. Ha cantato sotto la direzione di Sir John Eliot Gardiner, Leonardo García Alarcón, Stefano Montanari, Alessandro Quarta e collabora stabilmente con ensemble specializzati nel repertorio barocco quali, fra gli altri, Concerto Romano, Cappella Mediterranea, Gambe di Legno Consort.
Tra i suoi impegni futuri L’Orfeo (La Musica) e il Vespro della Beata Vergine con il Monteverdi Choir diretto da John Eliot Gardiner in tournée negli Stati Uniti e poi a Londra (BBC Proms) e Versailles; Dido and Aeneas (Belinda) all’Opera di Firenze per il Maggio Musicale Fiorentino con la direzione di Stefano Montanari; una nuova produzione de L’Orfeo(Euridice) di Luigi Rossi con Raphaël Pichon all’Opéra National de Lorraine a Nancy, poi in tournée in Francia.


Hilary Summers è nata nel sud del Galles e ha studiato musica alla Reading University, proseguendo poi presso la Royal Academy of Music e il National Opera Studio di Londra. Specializzata nel repertorio barocco, lavora regolarmente con molti ensemble europei che suonano su strumenti antichi, come l’Academy of Ancient Music e Christopher Hogwood, Les Arts Florissants e William Christie, The King’s Consort e Robert King, The English Concert e Andrew Manze. Profonda conoscitrice e amante appassionata della musica contemporanea, si esibisce in occasioni prestigiose come Le marteau sans maître di Boulez, eseguito in tutta Europa con la direzione del compositore e l’Ensemble Intercontemporain, la cui registrazione ha riscosso il plauso incondizionato della critica. È stata la prima interprete del ruolo di Stella in What Next? di Elliott Carter alla Berlin Staatsoper, diretta da Daniel Barenboim, e del ruolo di Irma in Le Balcon di Peter Eötvös al Festival di Aix-en-Provence nel 2002. Ha registrato numerose colonne sonore per il cinema con musiche di Nyman, oltre a interpretare il ruolo principale nella sua opera Facing Goya, scritto appositamente per lei.
I suoi progetti futuri prevedono esibizioni nel ruolo di Juno nel Semele di Händel per la Canadian Opera Company alla Brooklyn Academy a New York e Mrs. Darling/Tiger Lily nella nuova produzione di Peter Pan di Richard Ayres alla Welsh National Opera.

Luca Cervoni. Nato a Tivoli (Roma), ha studiato canto al Conservatorio Santa Cecilia di Roma. Si è perfezionato in canto madrigalistico con Alessandro Quarta e sulle composizioni solistiche di Monteverdi con Rinaldo Alessandrini ai corsi internazionali di musica antica di Urbino. È stato fra i vincitori del concorso per i 400 anni dell’Orfeo di Monteverdi, andato in scena a Mantova e a Praga e diretto da Roberto Gini. Ha approfondito lo studio del repertorio classico e preromantico con Anna Maria Ferrante. Svolge attività concertistica collaborando con alcuni fra i più apprezzati gruppi di musica antica europei: Academia Montis Regalis diretta da Alessandro De Marchi, Concerto Romano diretto da Alessandro Quarta, Collegium Vocale Gent diretto da Philippe Herreweghe, La Capella Real de Catalunya diretta da Jordi Savall, Mare Nostrum diretta da Andrea De Carlo, Concerto Italiano diretto da Rinaldo Alessandrini. Fra gli ultimi impegni figurano la Messa in si minore di Bach, eseguita a parti reali con Sigiswald Kuijken per l’Accademia di Ambronay, L’Orfeo di Monteverdi con La Venexiana diretta da Claudio Cavina, vari oratori di Giacomo Carissimi, Bernardo Pasquini e Alessandro Scarlatti con Concerto Romano, Il ritorno d’Ulisse in Patria (ruolo di Anfinomo) al Teatro Regio di Torino diretto da Rinaldo Alessandrini e la versione italiana del Flauto magico (ruolo di Monostato) al Teatro dell’Opera di Roma. Fra i prossimi impegni si segnala il ruolo di Inverno per la prima in tempi moderni della Gloria di Primavera di A. Scarlatti per il festival Resonanzen alla Wiener Konzerthaus con Concerto Romano, diretto da Alessandro Quarta. Ha inciso per Christophorus Records e Sony Harmonia Mundi.

sabato 8 novembre 2014

TORRE DEL LAGO / Omaggio a Magda Oliviero

Magda Oliviero
TORRE DEL LAGO - Domenica 9 novembre (ore 16.00)  per il ciclo “La Domenica a Teatro” si terrà una conferenza/ascolto dedicata ad uno dei più celebri soprani della storia della musica, Magda Oliviero. L'incontro  si terrà a Torre del Lago presso la  Sala Belvedere del Gran Teatro Giacomo Puccini (ingresso libero). 
Maria Maddalena Olivero, in arte  Magda, aveva festeggiato 104 anni qualche mese prima della sua scomparsa avvenuta lo scorso mese di settembre. Donna di grande fascino, artista colta e con serissimi studi al conservatorio anche in composizione, aveva debuttato a soli ventitré anni alla Scala, per poi lanciarsi in  una carriera lunghissima. Della sua carriera e dei suoi trionfi parlerà Lisa Domenici con il supporto degli ascolti delle sue più celebri interpretazioni a cura di Bruno Spoleti.
Una  carriera cominciata  da bambina, a soli sei anni,  con lezioni di pianoforte, ma la  sua voce potente e la grande  facilità nel ricordare a memoria i testi delle romanze spinsero  i  suoi genitori a farle intraprendere la strada del canto. Dopo i primi difficili inizi, la Olivero incontrerà il maestro giusto: Luigi Gerussi. Sotto la sua guida imparerà a gestire la voce, arrivando al debutto, a Torino, nel 1932. Dopo appena un anno, visto il suo talento, salirà sul palco più prestigioso d'Italia, quello della Scala di Milano.Nel 1941 sposerà l'industriale italo-tedesco Aldo Busch, abbandonando per quasi un decennio le scene: riprenderà a cantare solo nel 1951 nell'opera Adriana Lecouvrer di Francesco Cilea, che per tutta la carriera rimarrà il suo cavallo di battaglia. Sarà proprio il maestro Cilea a farla tornare sulle scene. Da quel momento, il successo per lei arriverà a ogni esibizione, e sarà sempre crescente. All’età di 65 anni fu scritturata,  fra molte polemiche,  dal Sovrintendente del Teatro Metropolitan di New York, per  Tosca e fu naturalmente  un  trionfò ,  raccogliendo 20 minuti di applausi e articoli entusiasti della stampa americana. A 85 anni, caso unico nella lirica, ha inciso l'edizione integrale dell' Adriana Lecouvreur. A 89 anni passati ha registrato una selezione della Bohème, rivelando una voce ancora fresca e acuti esemplari. A Torre del Lago Magda Olivero è stata ospite di una Master Class per giovani artisti dell’Accademia di Canto del Festival Puccini .

Informazioni:
www.puccinifestival.it
info@puccinifestival.it

lunedì 3 novembre 2014

MILANO / Alla Scala Nucci "diventa" Simon Boccanegra. E trionfa

Simon Boccanegra alla Scala di Milano
di Elena Percivaldi
MILANO - Il “Simon Boccanegra” è opera complessa e poco conosciuta del repertorio verdiano, in cui è rientrata solo dopo una “riscoperta” operata negli anni Trenta del secolo scorso. La prima, alla Fenice di Venezia nel 1857, fece fiasco soprattutto a causa della vicenda troppo intricata, cui non riuscì a dare ordine l'arzigogolato libretto di Francesco Maria Piave. Rimasta nel cassetto dell'editore Ricordi per anni, l'opera fu poi rimaneggiata (sostanzialmente riscritta) da Verdi per la Scala dove andò in scena con discreto successo nel 1881. Ma si tratta di un lavoro molto diverso. Ventiquattro anni erano passati dalla prima alla seconda versione (curiosamente venticinque sono quelli, nella vicenda, tra il prologo e l'azione): un quarto di secolo in cui Verdi aveva meditato sui drammi umani, composto un lavoro cupo come “Don Carlo” e iniziato il sodalizio con Arrigo Boito (cui dovrà i toni mefistofelici, nel “Simon”, di Paolo). Aveva inoltre visto compiersi l'unità d'Italia, esprimendo solo pochi anni dopo, il 16 giugno 1867, in un'accorata lettera al nobile mantovano Opprandino Arrivabene (che con lui era in Parlamento) forti critiche e grande disillusione: «Cosa fanno i nostri uomini di Stato? Coglionerie sopra coglionerie! (…) Ora che tutti siamo uniti, siamo rovinati. Ma dove sono le ricchezze d’una volta?».
Il clima in cui viene rivisto il “Simon Boccanegra” è questo. Al dramma umano del protagonista (la donna amata che muore e la figlia, perduta e ritrovata dopo tanti anni ma amante del nemico) si unisce quello pubblico: gli odi tra Genova e Venezia, il tentativo di scongiurare la guerra in nome della patria comune, le congiure e i tradimenti e la morte finale, dove la speranza è consegnata alla riappacificazione tra vecchi e nuovi nemici, con la tiara dogale consegnata al genero, flebile speranza per un futuro meno cupo.
Alla Scala di Milano il dramma verdiano è ritornato con la stessa produzione (con la Staatsoper di Berlino) che debuttò nel 2010 con Placido Domingo nel ruolo del titolo. Si ascolterà di nuovo Domingo, reduce peraltro da una non certo brillante prova come Conte di Luna nel “Trovatore” a Salisburgo, nella seconda parte delle recite: si divide infatti con Leo Nucci le rappresentazioni e parimenti sul podio si alternano Stefano Ranzani e Daniel Barenboim. Noi abbiamo visto, il 2 novembre, la versione Ranzani-Nucci e su questa commentiamo.
Cominciamo dalla regia di Federico Tiezzi per dire che ci è parsa convincente e suggestiva, così come le scene di Pier Paolo Bisleri, scarne e cupe e quindi in tono con un dramma in cui il pessimismo aleggia dalla prima nota al finale e riveste accenti inesorabilmente cosmici. Molte le citazioni, dai pittori Pre-Raffaelliti (Dante Gabriele Rossetti, Burne-Jones, Millais) al “Buon Governo” del Lorenzetti, dal simbolismo di Puvis de Chavannes al romanticismo tedesco. E a questo proposito perfetta ci è parsa la collocazione, nella sala ducale proprio sopra il trono dell'algido "Naufragio della speranza", alias "Il mare di ghiaccio", di Caspar David Friedrich: epigrafe (anzi, epitaffio funebre) alla cattiva politica, ridotta a un guazzabugio di odi e rivalità familiari e ataviche che non può non risolversi nel dramma (in questo caso la morte dell'idealista Simone), prima della catarsi finale.
Leon Nucci (Simon Boccanegra)
La grande magnificenza della Genova dei dogi non c'è. Il Palazzo ducale è una sorta di luogo immaginario, a farne intuire la presenza è solo l'architettura gotica delle sedute dei membri del consiglio e del trono: più che circostanziare in un tempo e in un luogo ben preciso, la Genova del Trecento, il regista sembra voler puntare su un archetipo – l'idea del potere, e le brame e le passioni che inevitabilmente lo circondano - che è lo stesso e si perpetua e di declina sempre e ovunque, con lievi varianti, ma allo stesso modo.
Particolarmente riuscita ci è sembrata la prima scena dell'Atto primo, il cui denso simbolismo è però molto chiaro e pregnante: tre cipressi, radici in vista, sono calati lentamente dal cielo fino a terra mentre Simone e Maria/Amelia scoprono il loro legame familiare di padre e figlia. L'albero della vita, con tutto il suo portato metaforico, torna a radicarsi sulla terra proprio nel momento dell'agnizione e la famiglia ritrova la sua unità. L'equilibrio dopo tanti anni ritrovato è però, lo si vedrà subito dopo, solo una effimera chimera. Sull sfondo aleggia, elemento catartico e salvifico, presente in dense pennellate scure che ne evocano la procella, il mare, da cui Simone che è corsaro proviene e al quale alla fine, annaspando in cerca di ristoro dall'oscuro veleno che lo sta consumando, si rivolge inutilmente.

I costumi di Giovanna Buzzi sono magnifici. Quello di Simone pare ricalcato sul celeberrimo ritratto del doge (di Venezia però) Leonardo Loredan, opera del Giambellino, quelli di Maria/Amelia evocano le eteree e sensuali donzelle preraffaellite, il coro finale in abiti ottocenteschi riporta la vicenda, nel compiersi del dramma, ai tempi di Verdi e al clima politico degli anni risorgimentali e immediatamente seguenti l'unità, con annessa disillusione di cui sopra.
Giovanni Bellini, Ritratto del doge Leonardo Loredan (1501)
Spunti su cui meditare anche in questi giorni.

Passiamo ora alla parte musicale. Di grande classe e impressionante impatto la performance di Leo Nucci. A 72 anni giganteggia sulla scena e fa “suo”, nel modo più completo e perfetto, Simone. La voce (che pure non può per motivi anagrafici essere squillante come una volta) tiene ancora benissimo con un livello di volume più che buono. Il doge è dipinto rispettando tutte le nuances prescritte da Verdi. Si esalta nei momenti più lirici (duetti con Amelia) e risolve con piglio regale quelli più imperiosi. Per lui trionfo e ovazione assolutamente meritati.
Entusiasmante la Maria/Amelia di Carmen Giannattasio, che si conferma una splendida artista. Deliziosa la sua avvenenza, accentuata dall'aura preraffaellita dei costumi. La voce è bella e corposa: notevole nel registro acuto (esaltanti i momenti più propriamente lirici, soprattutto nei duetti), mentre ci è sembrata un pochino più in difficoltà nei passaggi al registro grave. Poco male.
Ramón Vargas ha tratteggiato un Gabriele Adorno passionale e gagliardo ma dal punto di vista vocale ci aspettavamo qualcosa di più. La voce sembra aver perso un poco lo smalto di un tempo: i momenti migliori, anche nel suo caso, sono quelli più propriamente lirici, mentre qualche difficoltà di troppo è emersa nelle parti dove si richiede spessore drammatico.
Carmen Giannattasio (Maria/Amelia)
Alexander Tsymbalyuk ha un fisico imponente e sulla scena è un bel vedere anziché no. Il suo Fiesco è stato convincente sul piano interpretativo, ma la partitura richiede profondissime incursioni nel registro grave che non abbiamo sentito se non flebilmente: troppo poco per donare davvero al ruolo il “peso” vocale che richiede e che lo porta, in certi passaggi, a ravvicinarsi al Commendatore mozartiano con tutti gli annessi e connessi del caso. Rivedibile. Meglio il Paolo Albiani di Vitaliy Bilyy, anch'egli dotato di indubbia presenza scenica, che è stato capace di rendere, vocalmente e interpretativamente, l'ambiguità e la doppiezza di un personaggio dai tratti bruni e mefistofelici.
Stefano Ranzani ha diretto la difficile partitura verdiana scegliendo tempi che ricordano molto la edizione di Gavazzeni del 1973, che con quelle dirette da Abbado va considerata edizione di riferimento. Il piglio è sembrato deciso e aderente al testo (più di Barenboim che si è ascoltato nel 2010 e prenderà il testimone nelle recite del 6, 11, 13, 16 e 19 novembre), i cui tempi sono decisamente dilatati), anche se forse alcuni attacchi orchestrali ai momenti più lirici andrebbero smorzati. Come sempre ottimo il coro diretto da Bruno Casoni.

martedì 28 ottobre 2014

Zeffirelli: «La mia Aida venduta al Kazakistan? E io faccio causa alla Scala»

Franco Zeffirelli
MILANO - L'Aida firmata Franco Zeffirelli sbarca in Kazakistan? E il regista sbotta: porterò la Scala in tribunale. Ha del grottesco la vicenda che in queste ore sta infiammando le cronache musicali, causa scatenante la notizia che l'allestimento dell'opera verdiana - andata in scena al Piermarini nel 2006, con Roberto Alagna (Radames) che fu sommerso di fischi alla prima del 7 dicembre e nella successiva replica abbandonò la recita stizzito - sarà messo in scena  all’Astana Opera Theater  (la prima avrà luogo il 19 novembre). Appena appreso che il monumentale allestimento delizierà le platee del Kazakistan, il regista ha accusato in una lettera aperta la Scala di volerlo cacciare da Milano e annuncia causa. «Una sorta di vendetta da parte dei "cervelloni" della Scala - ha dichiarato Zeffirelli - che stanno pensando a me come un artista da dimenticare».  
L'AFFRONTO.
Un affronto secondo il regista,  «imperdonabile che hanno compiuto da padroni di un allestimento la cui eccellente qualità è stata largamente provata».  «L'infame procedura della Scala - annuncia il maestro - richiederà, fermamente, l'intervento della magistratura».
«Nel turbine dei miei impegni di lavoro che mi accompagnano e suscitano in me, lo confesso, un naturale piacere che riempie il mio cuore, nonostante l’età, debbo però stare bene attento a quello che entra nei miei ricordi con soddisfazione e quello che, qualche volta, suscita il mio vivo disappunto», scrive il maestro. «È il caso dell’infame e bestiale destino con cui la Scala ha gestito la mia ultima creazione di Aida nel 2006. Si trattava in effetti e con tutta umiltà della migliore produzione di questo capolavoro che abbia mai portato al pubblico e che ora è stata incredibilmente cacciata dal repertorio scaligero e venduta non scherzo, al teatro di Astana, in Kazakistan! Un destino purtroppo imprevisto perché questa vendita repentina ha trattato come merce avariata questo mio spettacolo che io reputo di grande valore e merito».
LA REPLICA.  
Non si è fatta attendere la replica del Teatro milanese, che nel pomeriggio ha ribadito in una nota che la cessione della produzione «è stata effettuata nel rispetto degli accordi e tutelando pienamente i titolari dei diritti, i Maestri Zeffirelli e Millenotti, che come da contratto sono stati contattati dall’Astana Opera Theatre per la corresponsione di quanto dovuto. Risulta inoltre che l’Astana Opera Theatre abbia chiesto al M° Zeffirelli di riprendere personalmente la produzione recandosi in Kazakhstan con un assistente. Infine desideriamo sottolineare che il contratto impegna l’Astana Opera Theatre a mettere l’allestimento a disposizione della Scala a titolo gratuito qualora il Teatro decidesse di programmarlo in una stagione futura».
La monumentale Aida del 2006 alla Scala
Gli abbonati e gli spettatori milanesi, ricordano dal Piermarini, hanno avuto occasione di vederla per 11 recite dirette da  Riccardo Chailly nel 2006, 7  da Daniel Barenboim nel 2009 e 9  da Gianandrea Noseda nel 2013, cui si aggiungono, nel 2009, 4 recite a Tokyo dirette dal M° Barenboim. Negli stessi anni la Scala ha restaurato e riproposto, a Milano e in tournée, la produzione di Aida firmata dal M° Zeffirelli insieme a Lila De Nobili nel 1963: nel 2009 si contano 6 recite a Tel Aviv di cui 3 con il M° Daniel Barenboim e 3 con il M° Omer Meir Wellber, che ha diretto ulteriori 10 repliche alla Scala nel 2012. "È dunque - continua la nota del Teatro alla Scala - solo dopo aver mandato in scena 47 recite in 8 anni delle due edizioni di Aida firmate dal Maestro Zeffirelli che il Teatro alla Scala ha commissionato una nuova produzione a un grande regista come il M° Peter Stein (in scena dal 15 febbraio) e ceduto all’Astana Opera Theatre l’edizione del 2006. L’edizione storica del 1963, che nel mese di novembre sarà rappresentata a Seoul, resta di proprietà della Scala come anche la celebre produzione de La bohème, anch’essa del 1963, che giungerà nel 2015 con la direzione del M° Gustavo Dudamel alla 20° ripresa» 
La storia tra Zeffirelli e la Scala iniziò nel 1953, quando firmò le scene per L’italiana in Algeri diretta da Carlo Maria Giulini, e  da allora ha firmato la regia per  21 titoli, tutti replicati molte volte, "per un totale - sottolineano al Piermarini - che supera le 500 rappresentazioni, e spesso restaurati a distanza di tempo».

RISVOLTI POLITICI.
Intanto la vicenda assume connotazioni politiche.  Il consigliere d’opposizione Riccardo De Corato (FdI) ha dichiarato: «Un grande regista come Franco Zeffirelli merita un trattamento migliore da Milano. Il suo sfogo di oggi deve essere attentamente preso in considerazione da una città che deve molto al genio di questo artista. Presenterò quindi un’interrogazione in Comune per chiedere le motivazioni dell’esclusione dal repertorio della Aida del 2006 venduta al Kazakistan». Nell'attesa che la magistratura intervenga, dunque, sarà il Comune a dover fare chiarezza sulla vicenda.