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domenica 2 agosto 2015

CD / Tutte le Sonate di Beethoven secondo Pollini in cofanetto DG

E' senza dubbio uno dei maggiori eventi discografici degli ultimi mesi, e non tradisce le aspettative l’attesissima integrale delle 32 Sonate di Ludwig van Beethoven nell’interpretazione di Maurizio Pollini uscita per Deutsche Grammophon: otto cd in cofanetto che raccolgono le incisioni frutto del lavoro artistico e intellettuale di una vita.  Pollini ha infatti portato a compimento questa raccolta dopo studi e riflessioni durati quasi quarant’anni: le prime Sonate di Beethoven da lui incise risalgono infatti al 1975 e le ultime sue registrazioni di questi immensi capolavori sono state realizzate nella primavera del 2014. Ed è questo il segno di una continua ed approfondita ricerca che il pianista milanese ha portato avanti nel tempo, con quell’impegno artistico e quell’assoluto rigore intellettuale che fanno di lui, a livello mondiale, uno dei musicisti più ammirati dell’odierna scena concertistica. Completa il cofanetto un libretto di 38 pagine con  fotografie e testi di Paolo Petazzi in italiano, inglese, francese e tedesco.

Info e ascolti

venerdì 23 gennaio 2015

TORINO / Daniele Gatti e le Nove Sinfonie di Beethoven al Lingotto

Daniele Gatti
TORINO - Sarà Daniele Gatti a salire sul podio dell'Auditorium “Giovanni Agnelli” per una nuova integrale delle Sinfonie di Beethoven – proposta in esclusiva italiana – che si snoderà fra il 2015 e il 2016 nell'ambito dei Concerti del Lingotto. Primo concerto, martedì 27 gennaio, con le Sinfonie n. 1, n. 2 e n. 5; mentre nel secondo – venerdì 29 maggio – il programma comprende le Sinfonie n. 4 e n. 3 “Eroica”. L'integrale si protrarrà nel 2016 concludendosi con l'esecuzione della Sinfonia n. 9. Al Lingotto, Daniele Gatti dirigerà la Mahler Chamber Orchestra, una fra le “creazioni” musicali di Claudio Abbado (assiduo interprete beethoveniano), cui va il pensiero a un anno dalla scomparsa e al quale Gatti è succeduto sul podio in diverse occasioni recenti. Ad Abbado Gatti ama spesso fare riferimento ricordandone la costante attitudine alla ricerca e all’approfondimento del repertorio.
Una nuova “integrale” per Gatti che al Lingotto aveva già proposto nel 2012 le quattro Sinfonie di Brahms, in due serate consecutive, con i Wiener Philharmoniker. Le tre Sinfonie in programma nel primo dei concerti del nuovo ciclo descrivono con efficacia il punto di partenza e l’approdo mediano del sinfonismo di Beethoven, dai folgoranti tentativi d’esordio della Prima e Seconda Sinfonia con cui cercò di eguagliare e superare i modelli di Haydn e Mozart, alla partitura forse più iconica della sua produzione (e di tutta la “musica classica”), la celebre Quinta, che per gli ascoltatori dell’epoca fu clamorosa e fortemente toccante, continuando a rappresentare un’esperienza intensa per tutte le generazioni a seguire. Un programma che termini con la Sinfonia n 5 è quindi ideale per prendere commiato dal pubblico non con un’affermazione perentoria ma con una promessa di ulteriori sviluppi e con la massima tensione verso l’appuntamento successivo. «Bisogna far uscire il pubblico dai concerti – afferma spesso Gatti – con qualche punto interrogativo, non solo con certezze».
Direttore musicale dell’Orchestre Nationale de France dal 2008, dal 2016 Gatti sarà alla guida della Royal Concertgebow Orchestra, l’orchestra alla quale in molti guardano come modello di eccellenza internazionale contemporaneo. Il musicista milanese, ospite abituale del Festival di Bayreuth e del Metropolitan di New York, dove ha diretto acclamati allestimenti del Parsifal, è  stato invitato negli ultimi anni al Festival di Salisburgo per produzioni di rilievo come La bohéme (regia di Damiano Michieletto e con Anna Netrebko), Die Meistersinger von Nürnberg (regia di  Stefan Herheim con Michael Volle) e Il trovatore (regia di Alvis Hermanis con Anna Netrebko, Francesco Meli e Placido Domingo); prossimamente Daniele Gatti tornerà a Verdi dirigendo Macbethal Théâtre des Champs-Élysées di Parigi e Falstaff alla Scala, mantenendo saldo il rapporto coi Wiener Philharmoniker coi quali sarà a Vienna e poi in una lunga tournée brahmsiana che arriverà fino agli Stati Uniti.

La biglietteria è aperta nei giorni sabato 24, lunedì 26 e martedì 27 gennaio 2015 in via Nizza 280 interno 41, dalle 14.30 alle 19, e un’ora prima del concerto, dalle 19.30. Poltrone numerata da 23 a 52 euro, e ingressi non numerati da 20 e 13 euro (ridotto per i giovani con meno di trent’anni) in vendita un quarto d’ora prima del concerto secondo disponibilità. Informazioni: 011.63.13.721.

La stagione 2014-2015 è resa possibile grazie al sostegno di Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Regione Piemonte, Città di Torino, Camera di Commercio di Torino, Compagnia di San Paolo, Fondazione CRT, FCA Automobiles, Exor, Reale Mutua Assicurazioni, Banca del Piemonte, Lingotto, IPI, Lavazza, Sadem Arriva, Unione Industriale, Vittoria Assicurazioni, Banca Regionale Europea, Guido Castagna, PKP Investments, AON, Generali, Banca Sella, Amiat.

www.lingottomusica.it

mercoledì 17 dicembre 2014

SCALA / Fidelio in chiaro e scuro, ma sempre inno alla Libertà e alla Salvezza

Successo per il capolavoro di Beethoven che inaugura la Stagione scaligera


credit Brescia/Amisano Teatro alla Scala
Di Elena Percivaldi

Un Fidelio grigio, cupo, nel tempo ma contemporaneamente fuori dal tempo. Con un'umanità abbruttita, schiantata dalla tirannide e dagli abusi del potere, che si contorce al buio nelle viscere della terra. E la cui speranza di vedere la Luce, momentaneamente concessa, viene beffardamente e subito infranta. Occorre attendere la redenzione finale, che avviene grazie a un'eroica donna. Una guerriera nel nome dell'Amore. Non staremo a scrivere l'esegesi del capolavoro di Ludwig van Beethoven, perché è già stato fatto e in ben altre sedi. Il profano può ritenere curioso che a scrivere questa apoteosi dell'amore coniugale sia stato un compositore “misogino”, e che per giunta non si è mai sposato. Ma è una curiosità dettata da un approccio superficiale da salotto tv. Perché in realtà Ludovicovan, come tutti sanno, misogino non fu affatto. Amava le belle donne, aveva molte muse, le corteggiava con discrezione e con molte di loro ebbe relazioni, e non solo platoniche. Anche il mito della sua “verginità”, fatto circolare ad arte dal suo primo biografo Schindler, era - appunto – soltanto un mito. E Fidelio è l'apoteosi di questo: della Donna come vettore di Sapienza e di Salvezza, dell'Uomo che si affranca dalle catene della schiavitù dettata dall'inettitudine e dall'ignoranza (grazie alle quali il potere sguazza, ahinoi con quanta attualità!), dell'Amore come forza che vivifica il Mondo e che si fa incarnazione dello Spirito. Tutte cose che sarebbero piaciute, e tanto, a un certo Richard Wagner, e che fanno di questa sublime opera ben più che quell'ibrido di canto sporadico inserito in mezzo a dialoghi in tedesco (Singspiel). E' uno strumento di riflessione ed elevazione. Al pari di un inno religioso. Forse persino di più. Capire e far capire questo sarebbe la prima, vera conquista da ottenere volendo riproporre oggi Fidelio agli ascoltatori, anche sedicenti esperti. E respirare una boccata di ossigeno dopo il degrado visto intorno alla Prima che ha inaugurato la Stagione della Scala nell'anno di Expo, dove vip coatti e incartapecoriti e pseudo signore bene hanno fatto una figura a dir poco agghiacciante – guardate il simpatico video di Youmedia (http://youmedia.fanpage.it/video/ab/VInMYuSwUP-7gZzA) – confondendo gli acuti di Leonore con i singulti di una pornostar tedesca, e alcuni interpreti con i protagonisti di noti Manga giapponesi. Roba da interdizione a vita (con ignominia) da qualsiasi teatro di quartiere, figuriamoci il Tempio della Lirica.
Ma lo spazio è tiranno quindi diremo brevemente dell'allestimento (si recensisce la replica del 16 dicembre) con annessi e connessi. La lettura registica fatta da Deborah Warner, pur non convincendoci del tutto per via di alcune prosaicità del tutto gratuite (Mocio vileda operativo con detersivo manovrato da Leonore/Fidelio, panni stesi ovunque, Marzelline che stira on stage scansando civettuola le avances del borgataro Jaquino) ha però nel complesso intrigato senza dissacrare a tutti i costi in nome della dittatura del Regietheatre e dei suoi plaudenti reggicoda, che infestano ormai quasi tutti i Teatri d'opera del globo (Scala compresa, vedi la sciagurata Traviata dell'opening dello scorso anno). La regista inglese, già cimentatasi nel capolavoro beethoveniano a Glyndebourne nel 2001, sceglie di mettere in scena invece di un carcere strictu sensu una fabbrica dismessa e in rovina, resa ancora più cupa dalle luci bicromatiche (chiare/scure) di Jean Kalman. Ma a ben vedere, con il suo squallore e la sua disumanità, la fabbrica dismessa è un carcere, dell'estetica e dell'anima, anche quello. Le scene e i costumi, contemporanei ma generici e comunque tutto sommato non brutti, sono di Chloe Obolensky.
Per la parte musicale, partiamo dalla decisione di Daniel Barenboim di aprire con la Leonore n. 2 e non con l'ouverture prevista da Beethoven nella versione finale dell'opera: opzione discutibile, ma che chiarisce subito che la lettura fatta dal maestro non è “neoclassica” ma “romantica”. Quindi basata sul contrasto titanico tra principi opposti (il Bene e il Male?). Dalla contrapposizione Tesi e Antitesi alla fine non emerge però una hegeliana Sintesi ma tutto è risolto in una sorta di magma primordiale. Il suono viene di conseguenza: sbuffi di potenza improvvisi, grande maestosità sinfonica, timbrica a volte (corni) sopra le righe. Quello che difetta sono le sfumature cameristiche che pure ci dovrebbero essere (non dimentichiamo che dietro all'elaborazione c'è un certo Mozart...), col risultato che l'enfasi, a volte, risulta decisamente troppa.
Veniamo agli interpreti. La perla della serata è stata Anja Kampe, autrice di una prova maiuscola. La sua vocalità imponente, la passione che trasudava da ogni sillaba e da ogni gesto l'ha resa una Leonore davvero eroica e di gran peso. Il suo personaggio ha subìto, con lei sulla scena, una vera e propria trasformazione: virago muscolare quando veste i panni di Fidelio fingendosi uomo, via via nel proseguire della trama fa emergere invece la sua autentica (e mai sopita) femminilità stemperandola in momenti di fiera nobiltà e infinità dolcezza. Ha grande fascino, la Kempe, in questo ruolo che fu a suo tempo dell'ammaliante Wilhelmine Schroeder-Devrient. E lei lo veste anche stavolta (come le oltre settanta precedenti) a meraviglia.
Alla prima del 7 dicembre Klaus Florian Vogt aveva destato molte perplessità ed era apparso dal punto di vista vocale e intepretativo decisamente sottotono. In questa replica invece è parso in migliore forma. Certo non è – ma lo si sapeva giù prima! - quell'Heldentenor che si è imposto nella prassi per questo ruolo perché ha una voce leggera e chiarissima, quasi angelica. Il suo Florestan lascia sullo sfondo i tratti più cupi, romantici e tormentati del personaggio per enfatizzarne la nobiltà e l'innocenza, violate entrambe e umiliate dalla spietata ingiustizia del potere. Interessante lettura, anche se non particolarmente originale, comunque non ci è dispiciuta.
Per quanto riguarda l'Antagonista, Don Pizzarro, Falk Struckmann ha dato come attore ottima prova di sé incarnando molto bene la malvagità assoluta (e la doppiezza) del personaggio, cui ha donato tratti davvero mefistofelici. Però vocalmente ci è parso in difficoltà e sottotono, soprattutto nell'emissione, e ha dato la sensazione più di una volta di non riuscire a “tenere”.
Ovazione per Kwangchul Youn, che ha tratteggiato un Rocco corretto dal punto di vista vocale e che drammaturgicamente è riuscito persino a rendere simpatico quello che solitamente è un capocarceriere asservito al potere e non scevro da abiezioni, quindi un pendaglio da forca. La sua “figliola” Marzelline, ovvero Mojca Erdmann, è graziosissima, con questi costumi sembra ancora più giovane di quello che è (classe 1975, ma qui le daresti vent'anni o poco più), però vocalmente è troppo leggera e flebile, negli ensemble sparisce e in certi momenti, anche da sola, praticamente non si sente. Menzione infine per il Jaquino di Florian Hoffmann, il primo prigioniero di Oreste Cosimo e il secondo prigioniero di Devis Longo, tutti corretti ma niente di più. Grande invece Peter Materi, che nel suo brevissimo cameo ha letteralmente scolpito nella roccia, con la sua vocalità poderosa e presenza scenica monumentale, un Don Fernando nobilissimo e di grande classe. Encomiabile, al solito, il coro diretto da Bruno Casoni. Chiude così ufficialmente l'era Lissner, e si apre quella Pereira. Applausi per tutti, e soprattutto per Barenboim che, travolto dalle ovazioni, da Milano non poteva davvero accomiatarsi meglio.